Ladyhawke

Quanti di voi hanno amato Ladyhawke di Richard Donner? Vi ricordate le performance di Rutger Hauer, Michelle Pfeiffer e Matthew Broderick?

La bellissima pellicola ottenne le candidature agli Oscar del 1986 come Miglior sonoro (Best Sound) e Miglior montaggio sonoro (Best Effects – Sound Effects Editing), senza tuttavia vincere i premi. Vinse il Saturn Award dell’Academy of Science Fiction, Fantasy & Horror Films per i Migliori costumi (Best Costumes) e come Migliore film fantasy (Best Fantasy Film), e, sempre per il Saturn Award, ricevette le candidature come Migliore musica (Best Music) e Migliore attrice (Best Actress). Vinse anche i Golden Reel Award della Motion Picture Sound Editors statunitense come Best Sound Editing – ADR e Best Sound Editing – Sound Effects. Per giunta, fu candidata al Premio Hugo come Best Dramatic Presentation e al Young Artist Awards come Best Family Motion Picture – Adventure.

E qui a Upside Down Magazine c’è chi sogna un seguito, ovvero io, tant’è che ho scritto un vero e proprio sequel al film… che ne pensate? Vi ispira?

Un nuovo giorno, una nuova notte.

“È passato così tanto dall’ultima volta che sono stato insieme a te alla luce del sole…” Navarre strinse la mano bianca e vellutata di Isabeau, portandosela alle labbra.

“Avevo dimenticato quanto il sole fosse luminoso e caldo, così intenso sulla pelle…” sussurrò lei, più a se stessa che al tenebroso cavaliere dagli occhi di ghiaccio.

“Ed io avevo scordato quanto fosse bello ascoltare il suono della tua voce…” Disse Navarre evidentemente emozionato.

“Ora cosa faremo?” Chiese Isabeau interrompendo bruscamente quel momento così dolce fra loro.

“Non lo so Isabeau. Solo questa stessa mattina credevo di dover morire affrontando il vescovo, ed invece l’eclissi mi ha restituito la speranza, mi ha restituito te. Ora siamo insieme ed è l’unica cosa che conta”.

“Ma non siamo sempre stati insieme…” lo corresse lei, sorridendo.

“Insieme sì… ma non come uomo e donna…” Navarre la guardò intensamente e gli parve di notare un leggero rossore sulle guance di lei, mentre lo diceva, ma non ci badò, attribuendo quel colore sul suo viso all’esposizione al sole.

“Vuoi restare ad Aguillon?” Chiese Isabeau, cambiando nuovamente discorso, quasi che non volesse accettare il fatto che fossero di nuovo liberi, di nuovo mano nella mano, come amanti devoti. Non voleva ammetterlo, ma Isabeau si sentiva ancora frastornata e confusa, col cuore diviso a metà, non più falco, non più creatura della notte, ma non ancora se stessa, indecisa nei propri passi, timorosa della luce e della vicinanza del Cavaliere.

“Non ho più nulla qui che mi trattenga…” Ammise distratto l’ex Capitano delle guardie.

“Non mi acclameranno certo per aver ucciso Sua Grazia, il Vescovo, per quanto quell’essere diabolico fosse inviso a tutti, era pur sempre un uomo di Dio e il mio assassinio è un crimine punibile con la morte…”. Ricordò Navarre, provocando un fremito nella dolce Isabeau.

“Tu vuoi restare?” Chiese lui, guardandola come se la vedesse per la prima volta dopo tanto tempo.

“Ho molto bei ricordi in questo luogo, ma ora la mia casa è ovunque sei tu…” disse Isabeau sorridendo, mentre abbassava leggermente lo sguardo.

Lui la cinse delicatamente per i fianchi e la issò in sella a Goliath, il loro fedele stallone, che rispose con un verso divertito.

“Andiamo allora, ci attende un lungo viaggio, prima di poterci dire nuovamente al sicuro”. Parlò Navarre con voce decisa. Per la prima volta, dopo tanto tempo, l’uomo si sentì felice di trasportare qualcuno con sé.

L’ultimo era stato il ladruncolo Phillippe, al quale doveva tutto, anche più della sua stessa vita. Ma ora avere lei così vicino a sè lo stordiva e lo inebriava. Navarre si scoprì molto emozionato, ma anche preoccupato, aveva bisogno di lei, di tutta lei, Isabeau, però, sembrava distante, a volte persino sfuggente, come piume di falco strette in una mano, in una giornata ventosa.

Da quando, qualche ora prima, la maledizione era stata spezzata e lui aveva potuto stringerla a sé, nella Chiesa, e baciarla sotto il rosone illuminato, lei si era fatta via via più restia al contatto, e Navarre non osava insistere per non rovinare il loro nuovo primo giorno insieme, quel giorno tanto insperato, il dono impossibile che alla fine era giunto.

Ma cosa accade quando ci si sveglia da un sogno bellissimo e si scopre che il nostro desiderio si è realizzato?

È bello, ma non fa forse anche un po’ paura?

Il Capitano si sentiva così, sull’orlo di meraviglioso precipizio, così vicino a Isabeau, a colei il cui sguardo aveva tanto a lungo anelato, da avere quasi il terrore che, toccandola con le sue dita callose e sporche di sangue non suo, lei si sarebbe dissolta in una nuvola evanescente.

Eppure ne aveva un disperato bisogno, quasi quanto dell’aria che respirava.

“Mi sei mancata…” disse a fatica Navarre, mentre le stringeva la vita conducendo Goliath con le redini, tenendo morbido il morso.

“Anche tu” fu la concisa risposta di lei.

Non un gesto, non una carezza, Isabeau rimase rigida in sella, guardando la distesa di grano e la strada davanti a sé.

Navarre non aggiunse altro, un po’ deluso per la verità. Non vide che lei arrossì nuovamente e stavolta la colpa non era da imputare ai raggi solari sulla sua pelle delicata, anche il cuore di lei sussultò ma l’uomo parve non sentirlo.

Nessuno dei due parlò fino a poco prima del tramonto, quando finalmente, dopo ore di viaggio, giunsero ad una piccola, ma accogliente locanda, circondata da qualche casupola fatiscente e misera qua e là.

“Qui è dove ho incontrato Phillippe per la prima volta, dopo che lui evase dalla prigione di Aguillon… rischiava di farsi ammazzare da Marquet”. Ricordò Navarre, portandosi una mano tra i corti capelli biondo dorati.

“E tu lo hai salvato…” aggiunse lei, con voce curiosa.

“Sì, ma per salvare lui, ho perso Francesco… sai, è morto tra le mie braccia, trafitto dalla mia stessa spada…”. Ribadì il Cavaliere, soffrendo al ricordo dell’amico morto per mano di Marquet.

“Mi dispiace molto, era un brav’uomo, é sempre stato gentile con me… però se tu non avessi preso con te Phillippe, ora noi non saremmo qui, insieme…”

“Hai ragione mia amata, devo ringraziare Dio per questo”. Disse Navarre, mentre di nuovo, con infinita delicatezza aiutava Isabeau a scendere di sella.

“Cosa volete?” Chiese l’oste piuttosto scocciato rivolgendosi alla coppia appena smontata da cavallo.

“Vorremmo ospitalità per questa notte…” disse lui con un tono deciso, ma conciliante.

“Se vi accontentate c’è la stanza sopra al fienile…” disse l’uomo basso e con fare scortese.

“Andrà benissimo” concluse Navarre.

“Aspettate un attimo… io vi conosco… mi ricordo di voi” disse l’oste riducendo gli occhi a due fessure ostili.

“Voi siete quel cavaliere errante che mi ha quasi distrutto la locanda per salvare quel ladruncolo fuggiasco”. Disse l’omino puntandogli il dito contro.

“Sua signoria il Vescovo di Aguillon, non sarà felice di sapere che non avete accolto degnamente la sua protetta e la sua guardia personale…” Mentì Isabeau, tralasciando il piccolo particolare della morte del Vescovo e toccandosi lievemente il grembo, facendo deglutire a vuoto il pover’uomo, che, come tutti, non rimase immune allo sguardo di lei. Due laghi di montagna incastonati nell’iride ed impreziositi da un viso di porcellana, senza tempo, lo avevano stregato.

“Mia Signora… ecco io… non sapevo… prendete pure la stanza al piano superiore. Non sarò certo io a negare ospitalità ad una creatura così devota a Sua Grazia e a Nostro Signore”.

Rispose il locandiere impacciato, stropicciandosi le mani sudate, mentre uno statuario Navarre lo inceneriva con lo sguardo.

“Accettiamo volentieri la vostra offerta e vi ricompenseremo generosamente, di questo siatene certo”. La voce del Capitano, unita al tintinnio. Metallico delle monete nella sua scarsella, troncò qualsiasi ulteriore obiezione da parte del locandiere.

I due, una volta sistemato Goliath, nel fienile, per la notte, si diressero verso la casupola alla loro destra. Una piccola casetta fatta di pietre e mattoni di cotto rosso, su due piani, con un’ampia ed unica finestra al piano superiore.

Salirono la ripida e stretta scala, per poi trovarsi in una stanza piuttosto spoglia ed illuminata solo da una debole luce di una torcia e qualche moccolo di candela accesa qua e là.

Isabeau tremò, si sentì in trappola tra quelle quattro mura, desiderò quasi inconsapevolmente di fuggire da lì, da quella notte, da colui che adesso la guardava stanco, ma sereno.

L’idea di avere di nuovo Navarre accanto a sé la turbava, eppure lui le aveva salvato la vita più volte, pur nella dolorosa separazione data dalla maledizione, le aveva dimostrato amore, dedizione e sacrificio, così si lei chiese perché lei non riusciva a lasciarsi andare, senza rispondersi veramente, se non con una bugia.

“È notte” disse solo il Capitano, osservando quasi rapito e senza respiro il cielo scuro e gravido di stelle.

Quella era la sua prima notte da essere umano dopo innumerevoli notti trascorse sotto forma di lupo, Navarre era così frastornato dagli odori che sentiva nell’aria, dal buio tutto intorno, da dimenticarsi quasi di avere Isabeau al suo fianco.

“Come ti senti?” Le Domandò lui, percependo lo sguardo di lei su di sé.

“Bene” mentì Isabeau, sentendo l’ansia strisciarle velenosa lungo la spina dorsale.

“Non sono stupido. Ti conosco, anche se per anni non ti ho potuta stringere a me, capisco se mi stai mentendo…” Le ricordò Navarre, posandole delicatamente le mani lungo le braccia.

“Sto bene, davvero…” insistette lei, ottenendo solo di rendere manifesto il disagio che voleva a tutti i costi celare all’amato.

“Vuoi che ti lasci un po’ da sola? Forse questo è stato troppo da sopportare tutto in un solo giorno, lo capisco…”. Disse il Capitano voltandosi verso la porta della piccola stanza.

“No!” Quasi gridò Isabeau in preda al panico “Non lasciarmi sola mai più” Disse, e si strinse al suo braccio, come a sincerarsi che fosse davvero lui, che fosse tutto vero.

L’odore del mantello del Capitano e dei lacci del cuoio spesso del guanto le arrivò alle narici facendola sospirare e rilassare al tempo stesso.

Quante volte nel corpo di rapace aveva avvertito con i sensi acuti da uccello quelle scie olfattive così familiari?

Tante, troppe, tali da non permetterle di capire quale fosse la realtà in quel momento, se quella di donna, o di falco.

“Isabeau…” scandì il suo nome quasi con timore, come se lei potesse ancora volare via, se solo lui lo avesse pensato troppo intensamente.

“Non sono mai stato bravo a dar voce ai sentimenti, ma ti amo come fosse il primo giorno. Ti ho amato come uomo e come lupo, e ad ogni alba, come a ogni tramonto…” La voce di Navarre si fece roca e flebile, come se non trovasse parole per esprimere il tumulto che portava dentro di sé.

“Lo so” disse Isabeau, l’ultima sillaba soltanto accennata dai contorni delle labbra che timide si posarono su quelle di lui, a scacciare ogni timore.

Non era il loro primo bacio quel giorno, ma certamente era il più atteso, un gesto d’amore semplice, ma sanciva la loro nuova vita da liberi.

“Mi sei mancata” disse lui guardandola negli occhi celesti e socchiusi.

“Anche tu” rispose lei, senza riuscire a trattenere l’emozione che scivolò fuori come gocce di lacrime purissime e salate a bagnarle il viso.

Navarre la strinse e con mani gentili toccò la sua schiena, scendendo deciso, ma delicato sui suoi fianchi, in un gesto possessivo seppur trattenuto.

Isabeau non si ritrasse, ma si irrigidì, non si sentiva pronta, non si fidava delle sue stesse sensazioni.

“Ho paura” confessò infine, sperando che il Capitano capisse. Non era di lui che aveva timore, né tantomeno dell’amore. Aveva il terrore che tutto si sarebbe infranto il mattino seguente, come un’onda su uno scoglio, risvegliandola da quel bel sogno in cui erano entrambi insieme da uomo e donna.

“Non farei mai niente che tu non voglia, desidero solo poter sentire il tuo corpo addosso al mio…” La rassicurò Navarre sfiorandole le spalle.

“Stenditi qui accanto a me” Gli chiese lei, indicando il giaciglio vuoto.

“La luna e le stelle solamente sanno quanto io ho bramato il tuo calore e il tuo respiro ogni notte” continuò lei, mentre se lo tirava vicino, sorridendo per quella sua espressione smarrita e un po’ imbarazzata, così strana sul suo volto solitamente serio, ma tutti quei pensieri furono presto interrotti da un suono stridulo e impossibile da ignorare.

Il Capitano si staccò controvoglia da lei e Isabeau con voce impastata si tirò su sui gomiti.

“Ma è il pianto di un neonato?” Domandò lei.

“A quanto pare…” rispose lui, molto più che infastidito.

“Sarà uno dei figli del locandiere…” azzardò lei.

“O magari qualche povera creatura che il Signore ha voluto abbandonare proprio stanotte…” concluse Navarre.

“Non dirlo neanche per scherzo!” Disse lei allarmata dal pensiero di un povero infante solo nel cuore della notte.

“Ho capito” disse Navarre “aspetta qui, vado a vedere” le ordinò, scacciando dalla mente ogni pensiero sconveniente senza riuscirci del tutto.

La voleva, e la voleva da troppo tempo.

Lasciarla in quel giaciglio così invitante gli sembrò quasi peggio che sopportare una nuova maledizione, ma lo fece. La coscienza imponeva al Capitano di non lasciare nulla al caso. Non si sarebbe mai perdonato, se per colpa di una sua voglia molto poco aulica, e molto terrena, un infante fosse morto in quella notte, di freddo, o peggio.

Isabeau si distese nuovamente, concedendo alle membra di rilassarsi e allo sguardo di divagare. Fissò il cielo fuori dalla minuscola apertura della stanza, in attesa di sentire i passi di Navarre risalire su per le strette scale.

Il viso le si infiammò al pensiero di loro due di nuovo così vicini, quasi che non fosse loro permesso, si accorse che ora che il bel cavaliere non era più accanto a lei, Isabeau si sentiva  incompleta, quasi bramasse il contatto con lui per sentirsi lei stessa viva e di nuovo donna.

Non dovette attendere molto, Navarre entrò nella stanza, seguito da un pianto straziante. Tra le braccia teneva un bambino in fasce. Spaventato, impaurito, nudo e solo, non aveva neanche un anno.

“E adesso cosa facciamo?” Chiese il Capitano, evidentemente confuso e goffo, con quella creaturina urlante stretta al petto, che tra le sue braccia possenti sembrava poco più che una formichina morbida e rosa.

“Per questa notte non possiamo fare molto, se non tenerlo con noi, poi domani cercheremo aiuto” disse Isabeau in un atteggia molto pragmatico, anche se sotto sotto quel bambino comparso all’improvviso l’aveva scossa. Non aveva mai pensato all’eventualità di poter avere una famiglia insieme a Navarre, e quello sembrava proprio un segno del destino.

“È una bambina” sottolineò Isabeau prendendola in grembo. La piccina sentendo il calore della donna si calmò all’istante.

“Non starai pensando di tenerla con noi vero?” Domandò Navarre un po’ cinico, in realtà terrorizzato all’idea.

“Se il cielo vorrà… comunque sia, non trovi che sia perfetta? Ti somiglia…” Disse Isabeau con sguardo amorevole e trasognato, ormai completamente rapita da quella bambina del destino.

“Non può assomigliarmi, non sono suo padre” sottolineò freddo Navarre, guardando la neonata ormai beatamente addormentata tra le braccia di Isabeau, che pareva nata per tenerla stretta a sé, in un incastro perfetto.

“Ma non sarebbe bello se lo fossi?” Chiese lei, che ormai aveva occhi lucidi.

“Forse sì, mia amata. Ma ora dormiamo in attesa che l’alba ci porti consiglio” Disse Navarre, stendendosi accanto a lei, attento a non far rumore alcuno per non svegliare la piccola.

“Notte, mio amore. Sono fortunata ad averti finalmente ritrovato” Disse Isabeau e chiudendo gli occhi si addormentò serena, per la prima volta dopo innumerevoli notti orribili e piene di incubi spaventosi, cullata dal respiro dolce, e lieve come piuma al vento, della bambina.

 

 

Samanta Crespi

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