Whitney: recensione

“Posso essere me stessa?”

Questa è la domanda che Whintey Houston ripeteva all’infinito come un’ossessione.

A cinque anni dalla sua scomparsa, avvenuta l’11 febbraio 2012, la rete britannica BBC, affida il compito di realizzare il documentario sulla vita della star al regista inglese Nick Broomfield, celebre per il suo lavoro su Kurt Cobain, altra grande icona della musica.

REUTERS/Mark Peterson

Sarà presente in sala, il docu-film Whitney, dal 24 al 28 aprile, mostrando luci e ombre di una delle voci più potenti del panorama musicale, cercando di fare chiarezza sui tanti misteri che avvolgono la vita privata della diva, non solo attraverso scene di vita quotidiana, interviste ai familiari, amici e colleghi, ma anche ripercorrendo le tappe del suo successo.

Whitney è stata una delle artiste femminile più grandi, scalando rapidamente le classifiche e battendo numerosi record, basti pensare che il suo album di esordio vendette 25 milioni di copie. 

Non solo… mostrò le sue capacità canore a soli 11 anni e fece la sua prima apparizione pubblica a 19.

Ad influenzare Whitney furono anche i suoi genitori, il padre John Houston, verso cui provava un amore profondo, che la tradì proprio nel momento in cui lei era più fragile, contribuendo al suo declino, e la mamma, Cissy Houston, cantante gospel che spinse la sua carriera in modo egoistico, sperando di poter realizzare (con la figlia), ciò che non era riuscita a fare per se stessa.

Broomfield scavando nell’intimità della star, la quale crebbe in un ambiente familiare in cui la religione costituiva un elemento fondamentale, ci mostra il conflitto interiore che viveva tra spiritualità e realtà, elemento che mal si sposava con gli eccessi della sua fama.

Il rapporto con le droghe iniziato alla tenera età di 10 anni, e degenerato con il passare del tempo fino alla distruzione, i tentativi di aiuto da parte dei suoi amici e collaboratori, tra cui la sua guardia del corpo, Kevin Ammons, che provò ad aiutarla denunciando lo stato critico, sia fisico che mentale, in cui Whitney riversava ottenendo come risposta un allontanamento definitivo.

Viene fatta luce sul legame di amore e amicizia tra la diva e la sua amica e confidente Robyn Crawford e sull’odio reciproco tra quest’ultima e il marito Bobby Brown, conosciuto nel backstage di un concerto e dell’amore verso la loro figlia Bobbi Kristina Brown.

Tra i tanti pregi di questa pellicola, le numerose e splendide immagini di una donna sensibile e fragile che cercava normalità, nonché i filmati toccanti dei concerti in cui si possono notare l’energia, il carisma e il dono della sua voce unica, definito “divino”,  che scaldava ed emozionava il cuore e l’anima degli ascoltatori.

 

In sostanza, i concerti dove Whitney poteva essere finalmente se stessa.

 

Emanuela Giuliani

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