Masters of the Universe: recensione

Direttamente dagli anni ’80, da quel famoso 1981 che li ha visti nascere dalla casa di giocattoli Mattel, i Masters of the Universe ora tornano sui grandi schermi, dopo svariati successi ottenuti nel campo delle vendite, dei fumetti, dei cartoni animati ed essere stati già proposti nel 1987 in un lungometraggio, non proprio ammirevole, prodotto dalla Cannon, diretto da Gary Goddard ed interpretato da Dolph Lundgren e Frank Langella.


Per la regia del Travis Knight di Kubo e la spada magica e Bumblebee, questo nuovo Masters of the Universe propone quindi un riadattamento di quel fantasioso mondo nato per un pubblico di giovanissimi, dove bene e male si danno battaglia in un luogo immaginario di nome Eternia.

Qua da piccolo viveva il giovane Adam (Nicholas Galitzine), un ragazzo degli Stati Uniti che asserisce di dover assolutamente trovare la spada del potere che lui stesso perse una volta giunto sulla terra.

Tale ricerca lo porterà al cospetto dell’arma in questione, ritrovandosi di colpo ad Eternia, suo luogo natale, dove suo padre re Randor (James Purefoy) è stato catturato dal malvagio Skeletor (Jared Leto), vero e proprio signore del male alla guida di un’armata malefica, di cui fanno parte la maga Evil-Lyn (Alison Brie) e il temuto Trap Jaw (Sam C. Wilson).

Aiutato dal fedele Duncan (Idris Elba) e dalla figlia di quest’ultimo, l’amica d’infanzia Teela (Camila Mendes), Adam tenterà di fermare la temuta armata di Skeletor e con l’aiuto della spada magica, la quale era stata inizialmente custodita nel castello di Greyskull sotto la protezione della maga Sorceress (Morena Bacarin), entrerà a contatto con dei poteri particolari, che lo trasformeranno in un muscoloso paladino della giustizia chiamato He-Man.

Vero e proprio sogno ad occhi aperti per ogni bambino degli anni ’80 che fur, una versione cinematografica che si rispetti dei Masters of the Universe dovrebbe portare in scena tutto il massimo in fatto di magia, spettacolarità, forza muscolare e senso della giustizia, insomma una serie di elementi che avrebbero gravato sulla qualità complessiva di un blockbuster qualsiasi se gestiti troppo alla rinfusa.

Ma fortunatamente Knight non è un regista così sprovveduto e grazie al suo occhio giocoso, che guarda ai bambini di una volta come anche allo spettacolo odierno, costruisce un perfetto lungometraggio degno di essere visto, sia dai piccoli spettatori anni ’80, ora cinquantenni/quarantenni in cerca di quelle vecchie emozioni, che dai nuovi, alzando il tiro con una immancabile ironia che stempera ogni lato serioso del caso ed inneggiando alla grande alla fantasia fanciullesca che è dentro di noi, dove bene e male si davano battaglia a suon di magie e incantesimi vari, senza disdegnare l’utilizzo della forzuta forza fisica.

Una forza che il giovane Galitzine riesce a mettere in mostra, dando degno apporto fisico al personaggio bifronte di Adam e He-Man, a cui si aggiunge un Leto versione malvagia e scanzonata di Skeletor e il contributo di buoni attori come Elba.

Riadattamento ben riuscito del noto brand Masters of the Universe, l’opera di Knight inoltre mischia vero e proprio fan service (rimanete dopo i titoli di coda) con ammiccamenti ben assestati (l’esilarante cameo di Lundgren stesso), costruendo per proprio conto un prodotto che vacilla tra divertimento puro e voglia di riscoprire il bambino che è dentro di noi, e lo fa con una certa vena poetica a suo modo anche commovente.

Mirko Lomuscio