Acclamato regista dall’occhio cinetico alquanto particolare, grazie a titoli come Bronson e Drive, Nicolas Winding Refn torna sui grandi schermi con una nuova esperienza visiva, ricca di colori e violenza, un prodotto che rispecchi alla perfezione tutte le sue particolari doti narrative e che, per la gioia degli estimatori di questo autore, ce lo riporta al cinema dato che è stato fin troppo a lungo assente dalle sale (l’ultima sua pellicola è stata il buon horror The neon demon del 2016).

Presentato al Festival di Cannes del 2026, Her private hell è quindi il titolo che ce lo ripropone in questo ambito, portando da subito un’ottica tutta al femminile che guidi la visione di questa nuova esperienza refniana.
La storia è quella dell’attrice Elle (Sophie Tatcher), una ragazza che, in un contesto alquanto apocalittico, dove una nebbia oscura circonda tutta la zona circostante, si trova ad avere a che fare con una serie di confronti importanti: con la matrigna Dominique (Havana Rose Liu), con la giovanissima Hunter (Kristine Froseth), con suo padre Johnny Thunders (Dugray Scott), ma soprattutto con il soldato K (Chares Melton), le cui gesta combattive si alternano alle riflessioni di Elle, fin quando i due non si renderanno conto di essere destinati ad incontrarsi.

Amore e sangue, sesso e morte, ossessive decisioni e gesta omicide, elementi che nello scontro emotivo tra Elle e Charles generano una serie di situazioni al di la del pensabile, costellate di persone pericolose e donne letali, tutti pedine di un percorso che va in cerca di una risposta definitiva tra vari sprazzi di ricordi.
Che Winding Refn sia un regista capace di creare determinati mondi grazie ad una fotografia ricca di neon e colori (qua a cura di Magnus Nordenhof Jønck) lo sapevamo tutti, e in Her private hell tale dettaglio viene esaltato più che mai; quello che però lo stesso regista sta perdendo man mano è il senso della direzione delle sue opere, lasciando che un certo eccessivo manierismo prenda fin troppo piede anche sulla narrativa della storia in sé.

Anche se di trama qua se ne percepisce ben poca, perché in questa pellicola troviamo giusto qualche personaggio truccato e vestito come meglio si confà, tra glitter e trucchi vari, abbandonato ad un linguaggio che dire anarchico è dire poco, mischiando nelle sue quasi due ore di durata scene erotiche come anche scene d’azione, più qualche accenno al mondo del giallo italiano, un po’ come hanno fatto anche i due nomi Hélène Cattet e Bruno Forzani con le loro pellicole dirette in tandem (Amer, Lacrime di sangue, Reflet dans un diamant mort).
Un contesto in cui troviamo i bei volti della Tatcher, di Melton e di Scott un po’ spersi e non propriamente convinti di ciò che stanno recitando, costellati di scene sanguinolente, come un violento combattimento tra K e la yakuza, e parentesi osé, tutte atte a stimolare creatività estrema di un autore irrefrenabile come Winding Refn.

Ma forse tale estremismo era il caso di limitarlo in questa occasione, perché veramente Her private hell risulta essere un film sconclusionato e senza senso, buono per qualche amante dell’estetica ossessiva e della decorosa musica (colonna sonora funzionale a cura del nostro Pino Donaggio), ma senza lasciare nulla di buono a visione conclusa, abbandonando l’annoiato spettatore nell’alone di nonsense che lo script steso dal regista stesso assieme a tale Esti Giordani sfoggia malamente, anche con un certo orgoglio c’è da aggiungere.
Mirko Lomuscio