La profezia dell’armadillo: recensione

Lui, Zerocalcare (al secolo Michele Rech), è un noto vignettista delle nostre generazioni, satirico e famoso per il suo umorismo dissacrante, capace di far ridere (a denti stretti) su determinati argomenti scottanti, come il lutto o le piaghe sociali odierne.

Tra una striscia e l’altra però, il nostro disegnatore, nel 2011 ha avuto modo di portare a compimento anche un’opera divenuta best seller, ovvero La profezia dell’armadillo, suo primo albo a fumetti e spaccato generazionale dai toni autobiografici, pregno di umorismo al vetriolo, che insomma non ha potuto lasciare indifferenti neanche i vertici del nostro panorama cinematografico.

Sotto la produzione di Domenico Procacci ecco prendere vita la versione filmica del suddetto best seller, che in sceneggiatura vede la collaborazione di Zerocalcare stesso (firmata col suo vero nome), più quella di Oscar Glioti, dell’attore Valerio Mastandrea e dell’ignoto recensore dalla parlata capitolina Johnny Palomba.

La storia è quella del giovane disegnatore Zero (Simone Liberati), il quale vive nel quartiere di Rebibbia con un lavoro da finire e tanta immaginazione a fargli compagnia; insieme a quest’ultima vi è anche un armadillo (Valerio Aprea), un amico immaginario che Zero utilizza per poter affrontare con la degna rabbia la sua complicata esistenza, fatta di lavori insoddisfacenti ed amici allo sbando come il bizzarro Secco (Pietro Castellitto), senza contare la presenza di una madre complicata (Laura Morante), eccessivamente amorevole con il proprio indipendente figlioletto.

Ma la notizia di una tragedia improvvisa mette Zero di fronte ad un quesito esistenziale, che pone il ragazzo verso l’obiettivo di dover tirare le somme con la sua caotica e, a tratti, inutile vita.

Chi ben ricorda, anche in Italia c’è stato un sottobosco da cinecomic che ha avuto una certa linfa a lungo andare, certo non trattando di supereroi, ma lo ha fatto parlando di giovani generazioni e delle loro problematiche; viene alla mente un titolo datato 1987 come Il grande Blek di Giuseppe Piccioni, non un prodotto ispirato ad un fumetto in sé ma ammiccante al mondo di Blek Macigno, ed anche un piccolo cult del 2002 come Paz! di Renato De Maria, tratto dalle note strisce realizzate dal compianto artista Andrea Pazienza.

 

Di tale linea fa ora parte anche questo La profezia dell’armadillo, opera d’esordio di Emanuele Scaringi (anche sceneggiatore di Senza nessuna pietà e Diaz), che cerca di lasciare magari un segno a riguardo, affidandosi totalmente sul materiale dissacrante del fido Zerocalcare; ma non tutto ciò che è divertente su carta si rivela poi essere consono alla macchina filmica.

Il film è davvero poca cosa, ha una sua aurea surreale con questi scambi tra il protagonista Liberati e l’armadillo Aprea (rappresentato in un costume che più fittizio non si può, in un istante perde anche dei pezzi), più l’intervento di comprimari che vanno e vengono senza se e senza ma (una gratuita Morante, l’esilarante Castellitto che è il migliore del gruppo), cui si aggiunge l’apporto di guest come Kasia Smutniak, Claudia Pandolfi, Diana Del Bufalo, Teco Celio, Gianluca Gobbi e gli sportivi Vincent Candela e Adriano Panatta.

Sicuramente avranno sgomitato per poter partecipare a questo lungometraggio, senza però ben sapere a cosa prendevano parte, dato che il film non riesce ad amalgamare bene i vari tasselli che lo compongono, ognuno evidentemente derivativo di un prototipo fin troppo fumettistico per poter assurgere a cinema.

Ci sono tematiche forti qua, come  l’elaborazione del lutto, ma nulla viene recepito degnamente, tutto va in fumo per colpa di un mancato senso della narrazione, pregno di noia e vuoto narrativo, ai quali si alternano dialoghi citazionisti, sì divertenti, ma alla fine sprecati per questo prodotto inconcludente, forzatamente generazionale e anonimo come un qualsiasi teen movie italiano anni ‘90.

Mirko Lomuscio

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