Sulla mia pelle: recensione

Di tutte le vicende scottanti che permeano il nostro paese, e le sue difficili decisioni giuridiche, quella riguardante la detenzione del giovane Stefano Chucchi ancora fa proseliti fra le menti di ogni dove, alimentando tuttora svariati interrogativi su ciò che è successo durante quei maledetti sette giorni e cosa in verità ha portato alla morte del ragazzo, ritrovato senza vita con il corpo martoriato e pieno di lividi.

Oggi, a far luce su questa parentesi nera tutta italiana, arriva un lungometraggio votato alla cronaca, intenzionato a voler descrivere quella settimana violenta e sofferta, senza rinunciare a parentesi romanzate, ma possibilmente ben calibrate, e puntando una lente d’ingrandimento sulle coscienze che hanno fatto parte di quella vicenda; per la regia di Alessio Cremonini, nome con alle spalle la sceneggiatura del film Private di Saverio Costanzo, ecco quindi prendere forma questo Sulla mia pelle, resoconto filmico su quello che Cucchi passò in quei giorni precedenti alla sua morte, avvenuta il 22 ottobre 2009, e produzione Netflix che apparirà in contemporanea sia sui grandi schermi cinematografici che in streaming.

A ricoprire i panni dello sventurato Stefano troviamo un lanciatissimo Alessandro Borghi, il quale, dopo essere esploso con Non essere cattivo di Claudio Caligari e Suburra di Stefano Sollima, aggiunge alla sua poliedricità attoriale un ulteriore ruolo dai connotati forti, prendendosi la grossa responsabilità di commemorare questo protagonista vittima di svariate controversie umane e giuridiche; ad affiancare il noto attore ci sono anche Jasmine Trinca, nei panni della sorella Ilaria Cucchi, più un drammatico Max Tortora e Milvia Marigliano in quelli dei suoi genitori. Il film è stato presentato alla 75a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Tutto comincia con l’arresto del giovane Cucchi (Borghi), un abitante della periferia romana che viene condotto dai carabinieri perché in possesso di una piccola quantità di hashish; dati i suoi passati con la legge, per via della sua tossicodipendenza, e con l’accusa di spaccio, il ragazzo comincerà una lunga traversia giudiziaria che ben presto lo metterà in ginocchio, privo di forze e senza alcuna speranza di sopravvivere.

 

Portare su fotogrammi questa scottante vicenda, da cui ancora in parecchi cercano risposte ben chiare, soprattutto i parenti della vittima, non è cosa così facile, anzi, descrivere ciò che è successo in quei sette giorni richiedeva un certo tocco di sensibilità narrativa ed emotiva che difficilmente era da immaginare; la carta scelta da Cremonini per il suo Sulla mia pelle è quindi quella dell’oggettività, descrivendo sì tutta questa storia dallo sguardo del vessato protagonista, ma senza mai sbilanciare fin troppo il racconto verso una retorica stucchevole.

Ciò che ne è uscito fuori è un lungometraggio che sprizza sincerità, accompagnando attimo per attimo, giorno per giorno, uno sconvolto spettatore che deve fare i conti con tutto quello che Cucchi passò dietro quelle sbarre nella sua ultima settimana di vita, trasportato da una clinica all’altra, senza mai ricevere le dovute cure per le ferite riportate dopo un violento pestaggio avvenuto per mano di alcune guardie in borghese.

Certo, dopo però essersi adeguata su una certa narratività da film-cronaca l’opera risulta anche essere fin troppo monotona, regalando un’ultima mezz’ora rea di essere ripetitiva, ma questo non toglie che il lavoro di Cremonini colpisce nel segno, analizzando perfettamente ogni contraddizione dell’intera vicenda (anche Stefano stesso viene mostrato come un carattere alquanto difficile in alcuni frangenti, a cui si include il complicato rapporto con la sua amorevole famiglia); in mezzo a tutto ciò si ha inoltre modo di assistere ad una performance incredibile del bravissimo Borghi, sul cui corpo emaciato e quella parlata strozzata rivive l’agonia del vero defunto protagonista, simbolo di una certa mentalità italiana sempre in cerca di risposte e di vera giustizia.

Questo film è un riuscito supporto per la loro causa e un titolo da vedere in tutte le sue drammatiche emozioni.

Mirko Lomuscio

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