Jurassic World: il regno distrutto – recensione

A tre anni dal mega successo Jurassic World di Colin Trevorrow, quarta avventura della saga cominciata col Jurassic Park di Steven Spielberg e tratta dal libro di Michael Crichton, ecco tornare in sala i dinosauri più famosi della settima arte, grazie ad una pellicola che promette ulteriori novità e sorprese alla serie; Jurassic World: il regno distrutto è un film che prende avvio da dove eravamo rimasti, con la temuta Isla Nublar ormai abbandonata al suo destino, lontana da scienziati e ricercatori ed abitata solamente dalle molte specie di dinosauri clonati che vi abitano.

La trama prende avvio in un momento in cui le autorità decidono che questi esseri preistorici debbano essere debellati, lasciandoli ad una seconda estinzione che possa chiudere definitivamente il corso della loro esistenza; ma in mezzo a tutto ciò Claire Dearing (Bryce Dallas Howard) riceve un incarico delicato dal miliardario Eli Mills (Rafe Spall), gestore del patrimonio del defunto John Hammond, cioè tornare sull’isola per poter catturare una specie di velociraptor evoluta, una delle maggiori attrazioni dell’ormai distrutto Jurassic World.

Chiamando in aiuto il suo ex-compagno Owen Grady (Chris Pratt), i due si avventureranno quindi in questa missione, scoprendo però cose alquanto sconvolgenti e pericolose, perché dietro a questa spedizione c’è ancora chi vorrebbe speculare sui dinosauri di Isla Nublar, senza però fare i conti con le pericolose conseguenze del caso.

Togliendosi da dietro la macchina da presa, ricoprendo i soli ruoli di produttore esecutivo (assieme a Spielberg stesso) e sceneggiatore (assieme a Derek Connolly), Trevorrow lascia che questo sequel sia affidato all’occhio del regista messicano J.A. Bayona, narratore di fiabe oscure e autore di piccoli cult che aleggiano tra l’horror e il sentimentale come The orphanage e A monster calls – Sette minuti dopo la mezzanotte; quindi, oltre alla magnificenza della spettacolarità fatta di effetti speciali e creature in CGI ormai all’ordine del giorno, Jurassic World: il regno distrutto mostra anche un pizzico di voglia di diversificarsi dal resto della serie, offrendo anche momenti di originalità con sequenze al cardiopalma tra spazi stretti ed inseguimenti ben calibrati.

Difatti dove gioca maggiormente l’opera di Bayona è sul versante claustrofobico, ambientando almeno più della metà della sua visione dentro la tenuta di Hammond, abitata ora dal socio anziano Benjamin Lockwood (interpretato da James Cromwell) e la nipote Maisie (Isabella Sermon), e lasciando che i fattori scatenanti di tutta al visione succedano tra le mura di questo luogo, portando quindi la saga di Jurassic Park verso lidi più inaspettati e, a tratti, anche illogici (parecchie le situazioni che fanno a meno della credibilità scenica).

Quindi una volta stabiliti gli spazi (stretti) e l’elenco dei personaggi con cui abbiamo a che fare (oltre ai protagonisti Howard e Pratt, anche un cattivo Ted Levine, un avido Toby Jones, il ritorno di BD Wong nei panni del Dr. Henry Wu e una partecipazione di Jeff Goldblum in quelli del mitico Ian Malcolm), potete anche sentirvi soddisfatti da questo Jurassic World: il regno distrutto, che magari nel complesso non è all’altezza di altri capitoli della serie, il precedente ad esempio, ma comunque si difende bene mostrando carattere e una voglia di buttarla più sul genere suspense che sullo spettacolo fine a se stesso, senza contare che in questo capitolo si accenna anche alla clonazione di esseri umani.

Ed in mezzo a tutto ciò il regista Bayona ha modo di mostrare quegli elementi che lo hanno caratterizzato nel suo cinema (il confronto tra genitori/figli ed età infantile/morte, la presenza di Geraldine Chaplin, sua attrice feticcio, qua nei panni della governante Iris), sfruttandoli a favore di una visione bilanciata e visivamente accattivante; assieme a Il mondo perduto – Jurassic Park (episodio a cui attinge inizialmente), Jurassic World: il regno distrutto è forse il capitolo più dark, sia dentro che fuori, dell’intero franchise.

Ed il che è buona cosa per i risultati finali.

Mirko Lomuscio

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