First man – Il primo uomo: recensione

Dopo aver trionfato ad Hollywood a tempo di musica, prima con l’esordio formativo Whiplash (vincitore di 3 premi Oscar) poi col nostalgico La La Land (vincitore di 6 premi Oscar), Damien Chazelle, reduce dal primato di regista più giovane trionfatore agli Academy Awards, decide di passare a tutt’altro e realizza la sua terza pellicola traendo ispirazione da un evento realmente accaduto, passato agli occhi, e tramandato alla memoria, di tutti; stiamo parlando dello sbarco sulla Luna avvenuto nel luglio del 1969, missione spaziale che la NASA portò a compimento dopo svariati tentativi, un obiettivo raggiunto grazie anche all’ausilio di un uomo che si è rivelato fondamentale per tale viaggio.

Lui è ovviamente Neil Armstrong, astronauta entrato nella leggenda proprio per questo motivo, le cui parole “un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità” hanno ormai fatto il loro corso nelle menti di ogni dove, confermando la leggendaria esperienza avvenuta per sua mano, ora richiamata da questa pellicola diretta da Chazelle, First man – Il primo uomo, lungometraggio sentito e voluto che vede come produttore esecutivo Steven Spielberg; nei panni di Armstrong troviamo una star richiestissima come Ryan Gosling, di nuovo al servizio dell’amico Damien dopo aver preso parte a La La Land.

Il film ripercorre l’esistenza del prode Neil sin dai primi anni ’60, periodo che lo vede a che fare sia con la sua carriera di astronauta in ascesa che con la tragica perdita di una figlia piccola, gravemente malata.

Un giorno il nostro uomo decide di rispondere alla richiesta della NASA, la quale vuole volontari per una sentita e ricercata missione spaziale ormai studiata da anni; ovvero andare sulla luna.

L’addestramento, più le prove, si rivelerà faticoso e duro da affrontare, col rischio anche di perdere la vita in qualche occasione, ma Armstrong non si darà mai per vinto e la sua forza di volontà, più le sue capacità professionali, lo porteranno dove altri non sono mai arrivati.

Questo repentino cambiamento di registro da parte del regista Chazelle non molti se lo sarebbero aspettato, ma d’altronde non è che un autore possa fossilizzarsi esclusivamente su un genere a lungo andare; con First man – Il primo uomo azzarda ad una biografia convenzionale, nonché diretta col pilota automatico, di uno dei maggiori personaggi di spicco del secolo scorso, senza mostrare alcuna ambizione in fatto di regia e azzardando anche ad una visione tecnicamente intimista del caso.

Per arrivare a ciò, infatti, Chazelle fa largo uso di piani stretti e quasi mai di totali e campi lunghi, portando lo spettatore, dal primo all’ultimo fotogramma, accanto a quell’astronauta che ha vissuto in persona, assieme ad altri colleghi e familiari, tale vicenda, fino a quando non posa per primo il proprio piede sul suolo lunare (e qua entrano in gioco delle ampie riprese per abbracciare la magnificenza del momento magico).

Si potrebbe dire che, dopo Uomini veri di Philip Kaufman e Apollo 13 di Ron Howard, First man – Il primo uomo è il compimento di una trilogia basata su quei reali protagonisti spaziali che hanno popolato la storia, impegnati con metaforiche missioni che li mettono a confronto con obiettivi esistenziali al di là dell’emotività; certo, proprio sotto questo aspetto il film di Chazelle paga lo scotto di romanzare a forza la propria trama, appiccicando la (vera) sottotrama della tragedia familiare vissuta da Armstrong (col quale Gosling c’entra poco e niente in fatto di somiglianza), perché in quanto film documento ha anche la sua funzionalità, minima e basilare, ma pur sempre accettabile modestamente parlando.

Mirko Lomuscio

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