Statua

Nuovo racconto per il #writober2018.

Buona lettura.

Ladyhawke83

Quel monumento dedicato a Garibaldi, circondato da un’aiuola di finocchietto selvatico, lavanda e lambito dalla sabbia e dalla salsedine della spiaggia del Priamar, aveva il suo fascino.

Soprattutto nelle giornate ventose e nuvolose, solenne si ergeva al centro della passeggiata, rimessa a nuovo solo da alcuni anni, ma poco frequentata dai turisti, ma non da Chantal.

La ragazza spesso si fermava sotto le mura della Rocca, all’ombra degli eucalipti, a prendersi un caffè alla Perla nera, il locale caratteristico che doveva il nome proprio al film Disney Pirati dei Caraibi.

Quel pomeriggio oltre al caffè fumante, aveva sul tavolino anche una cartelletta, da cui fuoriuscivano alcuni fogli con foto e schizzi corredati da descrizioni concise.

“Non è affatto facile…” disse tra sé Chantal scuotendo lievemente la testa. Prese in mano per l’ennesima volta la fotografia di quella statua moderna, rilesse più volte il titolo dell’opera voluto dall’autrice: Tracce di un futuro passato.

Lei non sapeva dirsi il perché, ma quella semplice frase, a prima vista, priva di senso, su di lei aveva avuto l’effetto di uno schiaffo, dolce, ma spietato, qualcosa che l’aveva toccata nel profondo.

L’opera, una figura intagliata nel legno, non più grande di un metro per cinquanta centimetri circa, ritraeva una donna nell’atto di protendersi verso l’orizzonte davanti a sé, ma con il volto rivolto all’indietro e i piedi come inchiodati nel piedistallo da cui pure aveva preso forma e vita. Non aveva un’espressione ben definita, ma Chantal poteva leggerci dolore, speranza, rimpianto, ma anche rassegnazione. Il tutto unito da una forza espressiva ed un calore che l’artista, una donna di nome Cecilia Morselli, era stata capace di imprimere nel legno con pochi semplici colpi di scalpello.

“Questa sicuramente sì, dovrà esserci. Anche se so già cosa mi dirà Caterina… una cosa del genere spaventerà i visitatori anziché invitarli ad entrare!”.

USA. California. 1956.

Eppure il titolo della mostra era proprio Bianco e nero. Anima del corpo, cuore della mente, quell’opera sembrava perfetta, davanti agli occhi di tutti sarebbe stato chiaro il contrasto intimo che essa rappresentava tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che la vita ci impone di essere.

Chantal osservò diverse volte lo schermo del cellulare che rimandava solo l’ora e nessuna notifica sul salva schermo. Suo marito Lucienne non le aveva scritto nulla, né aveva cercato di chiamarla, dopo la loro piccola discussione della notte precedente.

Tipico di lui, si disse lei. Luciano, Chantal lo sapeva, si sarebbe presentato quella sera a cena, con un fiore fra le mani, e per lui sarebbe stato tutto risolto. Senza parole, senza scuse, solo con una rosa.

Un tempo forse lei si sarebbe accontentata del pensiero dolce e profumato del marito e lo avrebbe perdonato, solo che arriva un momento in cui la delusione supera la voglia di fare pace, e così un fiore non basta più, anzi, resta solo una stupida scorciatoia per i sensi di colpa, rivestita di spine.

Quando era successo che Chantal aveva smesso di apprezzare i suoi tentativi maldestri di riavvicinarsi? Quand’è che aveva smesso di sorridere ripensando ai futili motivi per cui avevano litigato? Quando aveva lasciato che il cuore le si indurisse così tanto, da farle sentire stretta la fede al suo dito?

Forse un momento non c’era, forse era semplicemente accaduto, esattamente come le foglie che cadono dagli alberi in autunno, è inevitabile, ad ogni stagione segue quella successiva. E gli alberi devono lasciar morire tutte le lei foglie per poi poter rifiorire nella primavera successiva. Così forse era capitato a loro due. Il loro rapporto si era sfilacciato fino a perdere ogni legame, ogni piccolo perché, Chantal però voleva disperatamente ritornare a vedere i fiori, voleva un’altra primavera per il suo matrimonio. Doveva tentare, le foglie non erano ancora cadute tutte, avevano solo perso i loro colori, seccando pieno piano.

Scrisse velocemente un messaggio sul cellulare e senza rileggere premette invio e, per un attimo sperò che bastasse, così come la tosa.

“Ciao, amore.

Cosa dici se oggi mangiamo insieme per pranzo?

Solo io e te. Magari davanti ad un bel bicchiere di vino?

Ho da farti vedere i pezzi per la nostra…

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi…”

La risposta non si fece attendere, ma non era quella che Chantal si aspettava da Luciano o, almeno, non quella che sperava.

“Mi dispiace oggi ho molto lavoro da fare.

Sono sicuro che qualsiasi cosa sceglierai piacerà agli addetti ai lavori…

Non credo sarò a casa per cena. Scusa.”

“Va te faire foutre!(1)” imprecò tra sé Chantal, rivolgendosi al marito assente, poi gettò con stizza il telefono nella borsa.

Era evidente che Luciano la stava ignorando e forse con quelle scuse del lavoro gliela stava anche facendo pagare. Per cosa poi? Per essere diversa da lui? Non era proprio per questo che lui l’aveva sposata?

La ragazza raccolse i capelli in uno chignon disordinato, pagò il conto e si incamminò verso la Galleria d’Arte, era già in ritardo di dieci minuti e non aveva nessuna voglia di sorbirsi la ramanzina di Caterina sulla puntualità, non dopo quello scialbo messaggio di Lucienne.

 

Note al testo (1) imprecazione facilmente intuibile.

{844 words}

{8 ottobre. Prompt:statua}

 

Samanta Crespi

© Riproduzione Riservata

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