Aquaman: recensione

Siamo ancora in alto mare?

C’era molta speranza.
C’era speranza nel rendere uno dei supereroi più sottovalutati e bistrattati della DC un personaggio ammirabile.
Speranza nell’interpretazione di Momoa (Il Trono di Spade), già vista nei precedenti film DC, nel ruolo del re di Atlantide.
Speranza in una storia ben costruita in una delle ambientazioni più suggestive e potenziali mai create, un regno sottomarino un tempo creduto perduto ma che ha in sé uno degli imperi più potenti del mondo.
Tali speranze hanno riversato molti spettatori e appassionati di fumetti nel film del 2018 (2019 per l’Italia) Aquaman, per la regia di James Wan (Saw: L’enigmista; The Conjuring; Fast & Furious 7).
Un film che ha spaccato in due critica e pubblico a dir poco, cosa ormai altamente usuale nei film della priù grande rivale della Marvel. C’è chi parla del miglior cinecomic DC di questo nuovo filone, chi invece di un’altra caduta della Justice League.
Forse questo film è entrambe le cose, alla fine.

La regina di Atlantide, Atlanna, interpretata da una sempre affascinante Nicole Kidman (Eyes Wide Shut, The Others, Dogville, Ritorno a Cold Mountain) in fuga da un matrimonio combinato, si unisce all’umano Thomas Curry, un guardiano di un faro. Dal loro amore nasce Arthur, ibrido delle due razze e speranza per una futura unione tra Atlantide e il popolo della terra.


Per proteggere suo figlio, Atlanna torna nel mare e Arthur cresce sotto gli insegnamenti del saggio Vulko, interpretato da Wilem Defoe, altro attore che dalla Marvel è passato alla DC. Col tempo, comprende le sue origini e i suoi incredibili poteri, coi quali ha modo di aiutare la Justice League e difendere gli umani in pericolo tra le onde, diventando l’eroe Aquaman.
Una volta scoperto che suo fratellastro Orm, interpretato da Patrick Wilson (Watchmen, The Conjuring, L’uomo sul treno), ha intenzione di unire tutti i popoli del mare per muovere guerra al mondo in superficie, decide di partire alla ricerca del Tridente di Atlan, accompagnato da Mera, interpretata da Amber Heard (Benvenuti a Zombieland, The Danish Girl), così da poter rivendicare il suo diritto di nascita di re di Atlantide e portare la pace tra le due razze.

Non uno dei soggetti più originali mai scritti, ma abbastanza semplice da poter costruirci sopra una trama capace di far salire sul piedistallo un personaggio che è sempre stato lo zimbello di molti non-lettori dei fumetti.
Come detto sopra, c’era molta speranza, che purtroppo non è stata appagata pienamente.
Probabilmente ciò che rende questo film, così come altri film DC di questi ultimi anni, unico, in mancanza di un termine migliore, è la sua presa autoriale.
James Wan ha uno stile tutto suo e le inquadrature migliori, nelle quali fanno da pardone i campi larghi e le panoramiche, sono davvero belle da vedere. Complice è anche la fotografia di Don Burgess (Forrst Gump, Spider-Man, Flight), non troppo ambiziosa o presuntuosa, ma capace ci abbracciare interi ambienti e di renderli quasi dei quadri, e non nel termine cinematografico.
Atlantide è esattamente come ce l’aspettavamo, forse anche più: il modo in cui è stata resa, in cui funziona la sua tecnologia e in cui viene spiegata la sua cultura invogliano lo spettatore a sapere di più su di essa e su cosa ha da offrire.
A ciò collegato, però, molte cose all’interno del suddetto quadro non sono troppo piacevoli da vedere: la CGI è nettamente migliorata dai primi trailer, ma più volte risulta ancora finta o plasticosa, come un rendering fatto a bassa qualità, per non parlare dell’ombreggiatura, o inesistente o eccessiva per nascondere le evidenti pecche di una computer grafica scadente. Effetto peggiore è forse la maschera/elmo di Orm, che sembra quasi fatta di alluminio.
Potrà essere un paragone inutile, ma se pensiamo a com’è stato reso Thanos nei film Marvel l’imbarazzo sale non poco.
Molte volte i dialoghi si concentrano troppo sul dare spiegazioni e meno sullo spiegare i dubbi e le sensazioni di un personaggio, rendendo forzata o innaturale una discussione, scritta solo al fine di dare info dumps al pubblico.

Ma forse la cosa peggiore del film, ed è un peccato dirlo, dato che era proprio ciò su cui si contava di più, è proprio Aquaman. O meglio, Jason Momoa che interpreta una sua idea del personaggio.
Perché quello sullo schermo non è Aquaman.
Il re di Atlantide, una persona divisa tra due mondi, un uomo per il quale l’onore e il dovere dovrebbero essere tutto, che sì, è cresciuto tra pescatori, ma che mantiene in sé l’integrità di un monarca, è diventato un tamarro di periferia one-liner che lascia morire affogati dei pirati nei sottomarini o che, una volta che Mera attiva un meccanismo con dell’acqua, commenta “io ci avrei pisciato sopra”
Finora l’unico personaggio di questa serie di film DC che abbia mantenuto il suo carattere e la sua personalità è Wonder Woman: Superman dovrebbe essere simbolo di speranza e democrazia, invece sembra uscito da un romanzo di Bukowski; il Flash dovrebbe essere simpatico e attivo, invece sembra affetto da sindrome di iperattività. Batman si potrebbe salvare, se non fosse per le battute che tira fuori in momenti anche inopportuni (“magari è temporaneo”, riferito ai suoi nuovi alleati della JL, nonostante si faccia capire che abbia perso un Robin da poco). Si spera che almeno Cyborg possa essere l’eccezione, nel suo film.

Oltre a questo, le scene d’azione, grazie alla già citata regia, risultano piacevoli da vedere. L’inquadratura  segue i personaggi da più angolazioni e s’intervalla ad ampie panoramiche con al centro il focus dello scontro, nelle scene di battaglia tra eserciti l’epicità è resa come dovrebbe essere.
Infine, come ultimo di una lista di pregi che tutto sommato rendono il film godibile è il climax. Che sia riguardo al comportamento di Arthur, altamente maturato (seppur di poco), i dialoghi o le situazioni, se solo il film avesse mantenuto lo spirito di quella sequenza o almeno avesse limitato le eccessive battute alla Marvel, l’intero film sarebbe stato molto più apprezzabile.
Ultimo piccolo elogioè la resa, sia caratteriale sia estetica, del personaggio di Balck Manta. Forse resa anche troppo bene, dato che, in diversi punti, si è spinti a fare il tifo per lui, complice l’eccessiva strafottenza di Aquaman Come prodotto a sé, tra pregi e difetti citati, riesce a raggiungere la sufficienza.

Se si cerca un film senza pretese e col solo fine di divertire, allora si può andare tranquillamente a vederlo.
Ma sie si spera di assistere ad una trasposizione seria del personaggio, si dovrà ancora attendere l’alta marea.

Andrea De Venuto

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