Aladdin: recensione

“Le notti d’oriente
fra le spezie e i bazar
son calde lo sai, più calde che mai
ti potranno incantar”

È con le note della splendida Le notti d’Oriente che il regista britannico Guy Ritchie ci introduce nella sua versione live action del classico Disney Aladdin del 1992.

Un live action tanto atteso quanto discusso, in particolare per le interpretazioni del cattivo Jafar e del simpatico Genio della lampada; dubbi ed incertezze che però, dopo la visione della pellicola, sono state in parte confutate. Se Marwan Kenzari, nei panni di Jafar, risulta un po’troppo giovane e belloccio, gli va comunque riconosciuto il merito di aver saputo interpretare in maniera più che discreta un uomo disposto a fare qualsiasi cosa pur di non essere secondo a nessuno, nemmeno al sultano. Certo, se confrontato con il Jafar originale, le differenze si notano pesantemente, ma pensando al live action come cosa a sé, staccata dal cartone, l’interpretazione è decisamente soddisfacente.

Will Smith nei panni del Genio si è rivelato essere la sorpresa più piacevole dell’intero film. Avendo a che fare con un’eredità molto pesante, il suo era forse il ruolo più delicato di tutti. L’attore statunitense è riuscito però a non sfigurare, e davvero apprezzabile è stata la scelta di mostrarcelo per gran parte della pellicola con il suo colore di pelle naturale, che peraltro si adattava egregiamente ai colorati e splendidi abiti; Will Smith blu, per quanto maggiormente fedele all’aspetto del Genio originale, il più delle volte, appariva strano e troppo artificioso. Il Genio di Will Smith è simpatico, burlone, allegro e pieno di verve, capace di regalare momenti di maggiore serietà e anche momenti più romantici, il personaggio meglio riuscito del live action.

Per quanto riguarda i personaggi di Aladdin e Jasmine, anche essi hanno subìto alcune modifiche. Se la Jasmine del lungometraggio era già una principessa abbastanza indipendente e ribelle, in questo film Naomi Scott ci regala la figura di una donna ancor più indipendente e fiera, tanto che le è stato creato appositamente un brano, La mia voce in cui la bella principessa urla il suo diritto di farsi sentire e rispettare, anche in un mondo fatto da uomini.

Aladdin invece, interpretato da Mena Massoud, pur rimanendo il ladruncolo simpatico e scanzonato che abbiamo amato, risulta avere forse la caratterizzazione più deludente. Se l’Aladdin del 1992 era un ragazzo scaltro, capace di cavarsela in ogni situazione grazie ad una bella faccia tosta e ad ottime capacità recitative, l’Aladdin del 2019 è simpatico e tenero da un lato, ma dall’altro troppo incerto delle sue capacità, troppo bisognoso dell’aiuto dei suoi amici, e troppo incline a provocare situazioni imbarazzanti.

Spostando lo sguardo oltre le interpretazioni, elementi positivi si trovano nei costumi, meravigliosi nei loro colori vivaci ed allegri, così come la scenografia ricca e preziosa (in particolare gli interni del palazzo del sultano) e le coreografie davvero ben realizzate, che fanno da compagnia agli splendidi brani musicali. A questi aspetti positivi, però, fanno da contraltare sia la presenza di alcune scene che, per quanto realizzate con strumenti moderni e tecnologici, non riescono a riprodurre al 100% l’emozione delle scene del cartone; sia la scelta di sostituire scene iconiche con altre di effetto minore.

Aladdin è un film non perfetto, in particolare se lo si confronta con il lungometraggio animato, ma se lo si considera soprattutto come opera a sé, risulta essere una pellicola piacevole, simpatica, colorata, che in più di un’occasione riesce a riprodurre le atmosfere del lungometraggio animato e che permette di passare alcuni momenti di visione spensierata.

Pamela Grasso

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