Un altro giorno

“Darei qualunque cosa per poterti toccare ancora una volta.” (2)

Questo pensava il Capitano Etienne Navarre, mentre si apprestava insieme al suo fido destriero Goliath e all’inseparabile falco pellegrino, a trovare un riparo per la notte.

Era quasi giunto il tramonto e Navarre sapeva dal diverso odore dell’aria e dalle diverse sfumature di arancio e rosa nel cielo, che doveva affrettarsi.

Non aveva più molto tempo a disposizione prima che la maledizione facesse il suo corso.

Come ogni giorno, ed ogni singola notte, di quegli ultimi due anni.

All’ex Capitano delle guardie di Sua Grazia, quei giorni erano parsi tutti identici, vuoti, grigi, infiniti.

Come si può vivere una vita senza più uno scopo?

Come può un’anima sopravvivere a se stessa, senza più un pezzo del proprio cuore, privata del proprio vitale, e necessario, nutrimento?

Ciò che aveva mantenuto in vita Navarre fino a quel momento, impedendogli di cedere alla follia e allo sconforto, era stato quel desiderio.

Quella sua volontà assoluta e totalizzante, di poter rivedere, un giorno la sua amata. Poter sfiorare di nuovo il volto della sua donna, poterla chiamare di nuovo per nome, quel nome: Isabeau, la sua dolce condanna.

Come se avesse intuito quei suoi pensieri dolorosi e malinconici, il falco sul suo braccio emise un acuto lamento, una straziante quanto pallida imitazione di ciò che avrebbe potuto dirgli lei come donna.

Com’era il suono della sua voce?

Navarre se lo stava dimenticando, e più si sforzava di richiamarlo alla memoria, più i contorni del ricordo si facevano vaghi, opachi, distanti.

Ormai l’unica cosa che poteva fare per tenere Isabeau accanto al suo cuore era sperare che lei, impareggiabile e aggraziata creatura, che il Signore aveva fatto quasi troppo bella, per un singolo uomo, venisse a trovarlo in sogno.

Oppure poteva sperare di sentire la sua mano, delicata e calda, accarezzare il suo manto quando lui era racchiuso in quella forma ferina, con zanne e artigli, ma senza voce per parlare, né volto per piangere.

Il vescovo di Aguillon, nel suo odio e nella sua follia, non li aveva risparmiati. Non aveva concesso loro nemmeno il modo di stare insieme nelle loro vesti animali, no, nemmeno questo.

Lui, costretto a vagare di notte indossando le vesti di un feroce lupo, lei invece poteva solcare l’immensità dei cieli con ali leggere e perfette, come quelle di un falco e occhi acuti da rapace.

“Vieni Goliath, per questa notte ci accamperemo qui” Disse il Capitano, una volta smontato da cavallo e levati i finimenti allo stallone, che per tutta risposta  agitava la coda con fare irrequieto.

“Sta’ buono. Vedrai che se Dio vorrà, tutto questo presto sarà finito…”.

Navarre lasciò in sospeso quelle parole, sfiorando l’elsa della propria spada, quella che era appartenuta alla sua famiglia da generazioni, che lo avrebbe accompagnato nella sua ultima missione.

Ormai era più che mai deciso.

Avrebbe affrontato sua Grazia durante la funzione, e lo avrebbe ucciso.

La maledizione che costringeva lui ed Isabeau a non vedersi mai e a non sfiorarsi mai, pur essendo sempre insieme non si sarebbe più spezzata, ma almeno Navarre si sarebbe vendicato mettendo la parola fine alla vita di quell’uomo diabolico che lo aveva privato del vero amore, della possibilità di vivere con Isabeau, l’unica donna che aveva mai amato e con la quale era riuscito a scambiarsi solo qualche bacio, prima che la vendetta del Vescovo, come quella di un amante respinto, si abbattesse su di loro.

“Non devi temere per me, mio fedele amico. Se non dovessi farcela, anzi è probabile che io perisca nel tentativo di uccidere quell’uomo, ho già pensato a chi si occuperà di te…” Disse dolcemente Navarre, accarezzando il garrese dello stallone dal manto lucido e nero.

Il tramonto era ormai prossimo, gli ultimi raggi del sole ormai morente, filtrarono fra gli alberi, facendo capolino sul fogliame, accanto agli stivali del Capitano.

“Un altro giorno…” sussurrò verso l’orizzonte Navarre, liberando il falco dai geti di pelle che lo tenevano legato al proprio polso, ignorando le stridule proteste del rapace, che, a quanto pareva, non voleva lasciarlo andare quella sera.

Infine, liberò se stesso dall’armatura e dagli inutili abiti, e quando fu pressoché nudo, si voltò verso il fitto della boscaglia, sentendo il respiro farsi più leggero, il cuore battere più veloce nel petto, ed i muscoli più scattanti.

Cambiare pelle ogni notte per diventare una fiera, qualcosa che incarna le paure più profonde di ognuno, un incubo che tutti temono, era doloroso. Era qualcosa a cui non ci si poteva abituare, ma Navarre, allenato com’era a combattere e a forgiare il proprio carattere nel sacrificio, aveva imparato a conviverci, anche se spesso si chiedeva come doveva essere tutto questo per lei.

Provava dolore ogni volta?

Aveva memoria dei giorni trascorsi dal momento in erano stati maledetti?

Rammentava il suo nome?

“Darei qualunque cosa per poterti toccare ancora una volta”.

Si disse nuovamente Navarre, e questo fu l’ultimo pensiero umano, e cosciente di quella notte, prima che la sua mente si abbandonasse all’oblio dell’istinto animale, come un tutt’uno con il bosco, inebriato dai sensi amplificati, dalla terra sotto le zampe e padrone incontrastato dell’ululato potente e disperato verso una luna cieca e sorda ai suoi lamenti e al suo amore lacerato.

Tutto questo racchiuso in quella loro semivita, che nessuno dei due era più disposto a tollerare.

Sempre insieme eternamente divisi, finché il sole sorgerà e tramonterà. Finché ci saranno il giorno e la notte(2).

Samanta Crespi

© Riproduzione Riservata

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Note al testo:

  1. citazione dal film Ghost.
  2. citazione dal film Ladyhawke

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