Shark – Il primo squalo: recensione

Un genere cinematografico in cui maggiormente le dimensioni contano è sempre stato quello legato agli eco vengeance con protagonisti squali famelici, una corrente che ovviamente ha visto il suo maggior picco con quell’inarrivabile prototipo diretto da Steven Spielberg nel 1975 (ci riferiamo indubbiamente a Lo squalo), per poi proseguire con opere meno degne e ultimamente legate soprattutto al panorama dello straight to video, tra trame fantasiose ed estreme, arrivate alla totale assurdità (la saga di Sharknado firmata Asylum tanto per dirne una); in mezzo a questa lista di film, indirizzati ad un pubblico dal palato facile, c’è stato anche chi ha giocato in “grandezza”, portando in scena una lotta tra l’uomo e il pescecane più grande che sia mai esistito al mondo, ovvero il preistorico megalodonte.

Lo si è visto in un paio di pellicole low budget del 2002, Megalodon di Pat Corbitt e in Shark di David Worth (terzo capitolo della saga Shark attack), per poi tornare ora in un vero e proprio blockbuster, da tempo in lavorazione ad Hollywood (inizialmente la regia doveva essere di Jan DeBont e poi di Eli Roth), sotto la direzione del mestierante Jon Turteltaub (Il mistero dei templari, Il mistero delle pagine perdute, Last Vegas); titolo Shark – Il primo squalo ed è tratto da un romanzo di Steven Anten, un film dove possiamo vedere una vera e propria caccia al mostro guidata dal’eroico Jason Statham, il quale ricopre i panni dell’esperto in immersioni Jonas Taylor, un uomo che ha un conto in sospeso con l’enorme feroce squalo.

Tutto prende inizio da una piattaforma in mezzo all’oceano, dove dei ricercatori subacquei fanno la sconvolgente scoperta di un nuovo mondo, il tutto superando una barriera sita in più di 11.000 metri di profondità; è da questo momento che il peggiore dei loro incubi prende forma, perché in quei luoghi abita il megalodonte, uno squalo preistorico affamato e pericolosissimo, intenzionato a risalire le acque per poter divorare chiunque gli capiti a tiro.
Starà a Taylor e alla spedizione da lui guidata poter fermare il massacro, prima che l’enorme pesce possa arrivare in luoghi abitati da persone comuni.

Storia accattivante per chi ancora ha paura di nuotare in mare aperto dopo la visione del prototipo spielberghiano, Shark – Il primo squalo deve innanzitutto fare i conti con la sua natura avventurosa, relegando in disparte ogni elemento legato al cinema horror, quindi poco sangue e poco senso del dettaglio gore (ma lo stesso Turteltaub ammise di aver dovuto tagliare in sala di montaggio); ed una volta aver realizzato tale scelta, per lo spettatore si tratta di avere a che fare con un’opera che la getta esclusivamente sull’adrenalinico, tra corse contro il pescecane e situazioni con l’ “acqua alla gola”, nel vero senso della parola, il tutto giostrando uno scontro faccia a faccia tra l’eroe Statham e il megalodonte.

Certo, stando su queste premesse, tutto risulta essere estremamente prevedibile in fase di scrittura, con personaggi macchietta e altri secondari che girano attorno al granitico protagonista, un novello capitano Achab dai metodi forti, senza guizzi originali; dalla bellezza di contorno, tutta orientale (anche perché parte della produzione è cinese), Li Bingbing alle spalle di classe Rainn Wilson (è il magnate Morris), Cliff Curtis (è Mac, amico di Jonas) e Ruby Rose (è la programmatrice Jaxx), tutti insieme in questo lungometraggio che, premette brividi dal profondo delle acque, ed invece regala sola avventura stile action movie, tanto per non sconvolgere il pubblico di giovanissimi che dovrebbe approdare a fiotti in sala.

Un dettaglio deleterio che fa rimanere Shark – Il primo squalo un prodotto poco sotto la media, con molta infamia e poche lodi.

Mirko Lomuscio

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