Non ci resta che il crimine: recensione

Se c’è una cosa che recentemente ha fatto presa sul grande pubblico italiano, almeno stando agli ultimi dieci anni, quella è la storia criminale che, purtroppo, ha fatto parte del nostro paese, un’ombra oscura che si è addentrata nella nostra tradizione popolare creando delle vere piaghe come la mafia o la piccola delinquenza che ha sempre dettato (mala)legge; a quest’ultima voce risponde quel famigerato gruppo che risponde al nome de “la banda della Magliana”, un’organizzazione nata nei primi anni ’70, nota a tutti ormai, e che recentemente ha trovato una propria fama anche a livello mediatico, grazie innanzitutto a quel Romanzo criminale che il buon Giancarlo De Cataldo scrisse nel 2002, creandosi così un seguito, prima al cinema con un buon film uscito nel 2005 per la regia di Michele Placido, poi in televisione con una bellissima serie tv di grandissimo successo andata in onda a partire dal 2008 e curata dal regista Stefano Sollima (ora approdato negli U.S.A. dirigendo Soldado).


Proprio guardando alla fama creatasi attorno a questa cattiva cricca romana, l’esperto in commedie Massimiliano Bruno (Nessuno mi può giudicare, Confusi e felici, Beata ignoranza) decide allora di tirar su una pellicola leggera che possa scherzare su questa eredità banditesca, partendo da uno spunto che guarda al mito che molte persone rincorrono imitando modi e stili di vita che hanno caratterizzato questi criminali, unendo poi al tutto il tema dei viaggi nel tempo caro a molti sin dai tempi di Ritorno al futuro o, ancor prima, da Non ci resta che piangere; e citando proprio quest’ ultimo titolo e utilizzando un trio di protagonisti come Marco Giallini, Alessandro Gassman e Gianmarco Tognazzi, ecco che Non ci resta che il crimine prende vita, portando lo spettatore in un’avventura che ondeggia tra la risata e il senso del fantasioso.

I tre amici Moreno (Giallini), Sebastiano (Gassman) e Giuseppe (Tognazzi) cercano di guadagnare qualcosa inventandosi un tour particolare, ovvero attraversare i luoghi dove si è formata la nota banda della Magliana; durante uno di questi giri i nostri però incappano per sbaglio in un portale magico, il quale, una volta attraversato, li porta indietro nel tempo, precisamente nel 1982.

Qua entrano in contatto con i veri membri del gruppo criminale, soprattutto col loro capo, il temuto Renatino (Edoardo Leo), più la ragazza di quest’ultimo (Ilenia Pastorelli), ed in mezzo a questa scottante faccenda, Moreno, Sebastiano e Giuseppe dovranno trovare un rimedio per poter tornare a casa, altrimenti ci lasceranno la pelle.

Ormai, di “romanzi criminali” ne abbiamo visti a bizzeffe, che siano direttamente derivati dal prototipo decataldiano oppure fatti in varianti partenopee (Gomorra); quella tutta da ridere ancora mancava all’appello forse e Bruno, conscio che materiale di tale portata potrebbe fare gran presa, cerca di dare quel ben servito con questo Non ci resta che il crimine, riuscendoci non proprio ottimamente.

Andando per gradi innanzitutto si può dire che la partenza di quest’opera non è proprio delle più felici; sbrigativa, approssimativa, con questi personaggi resi al minimo e l’entrata in scena del fattore “viaggio nel tempo” messo come elemento curiosità, senza però scatenare nessun brivido accattivante.

Quando poi si passa al 1982 ecco che qualcosa si smuove, forse ci guadagna in simpatia, giocando sul fattore nostalgia (i mondiali di calcio, le lire, i Kiss, i Rockets e così via) e sfoggiando qualche piccola battuta di qua e di là (Giallini capeggia su un Gassman inappropriato e un Tognazzi sprecato), certo sta che la scrittura di Non ci resta che il crimine, a cura del regista assieme ad Andrea Bassi, Nicola Guaglianone e Menotti, mostra poca spina dorsale, senza sorreggersi su una solidità narrativa e lasciando molte cose al caso (il personaggio interpretato da Bruno stesso, quelli di contorno appartenenti alla “banda”, la Pastorelli che fa giusto in tempo a mostrarsi nuda), rendendo così il tutto un mero gioco, sì divertente, ma a cui non credi totalmente per tutta la sua durata.

Peccato, si poteva veramente fare di meglio, ma così ci si accontenta proprio del minimo.

Mirko Lomuscio

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