Noi che a scuola andavamo il primo ottobre…

I cancelli della scuola, fino a quarantun anni fa, si aprivano il primo ottobre.

Si chiamavano remigini, i bambini di prima elementare, per la celebrazione di San Remigio.
Le aule non erano sufficienti per i bambini iscritti.


La prima e seconda elementare le frequentai di pomeriggio dalle 14 alle 17.30. Non esistevano classi miste. I maschietti con il loro fiocco azzurro annodato sopra il grembiule, andavano nell’edificio a fianco.

 

Nel 1970 per la prima volta indossai il grembiule bianco con il fiocco rosa.

Di rosso avevo la cartella, con due quaderni, uno a quadretti e uno a righe, una matita, una gomma, un temperamatite e 20 lire di focaccia. Le maestre all’ingresso chiamavano a turno i nomi dei loro scolari.

All’annuncio del mio nome dalla maestra Rotondi della classe 1C, diedi un bacio a mia mamma, lasciai la sua mano, mi misi in fila per due ed entrai insieme a trenta bimbe in classe. Ero cosi entusiasta di andare a scuola che quando dopo una settimana, tutte le scuole a Genova chiusero a causa dell’alluvione, io piansi tutto il giorno.

Volevo andare lo stesso. Avevo già fatto tre pagine di puntini e avremmo dovuto fare le aste.


Quando mio papà sfidò la forte pioggia per andare a fare le provviste di cibo e acqua, mia mamma le chiese di comprarmi “Soldino e Nonna Abelarda”.

Finalmente mi calmai. Imparai a leggere e a scrivere a quattro anni. Il suono delle mie parole usciva dalle mie labbra completamente incomprensibile, inventavo suoni tutti miei. Ogni mercoledì andavo alla “scuola di parlo”, mi piaceva chiamarla cosi.

In realtà andavo in ospedale dal logopedista a soffiare su un velo di carta igienica per imparare a pronunciare la effe, a sbattere la lingua contro gli incisivi e farla vibrare per dire la r.

Quando smise di piovere, il fango ci impediva di uscire. Giovani con capelli lunghi, jeans a zampa di elefante ed eskimo addosso, spalarono per giorni. Dopo una settimana ritornai a scuola.

Negli anni a seguire sperai in nevicate abbondanti, in altre alluvioni, in telefonate alla scuola con la minaccia di bombe, in quel periodo accadeva spesso, e agli scioperi degli insegnanti.

 

 

Testo Roberta La Placa (per chi non la conoscesse è la bimba a sinistra nella foto seppia, con la borsetta e un bel sorriso)