Mi ero solo dimenticata di vivere: recensione

Quando finisci di leggere un libro come Mi ero solo dimenticata di vivere, non puoi fare a meno di sentire una certa malinconia, un senso di vuoto per una storia che è finita, e per i personaggi che devi lasciare lì, nell’ultima pagina, prima della fine.

Questo romanzo, che è il secondo pubblicato dall’autrice Selene Piana, nonché mia carissima amica, dopo quello di esordio La casa nel bosco.

Parla di una ragazza Vera, che un giorno di settembre decide di farla finita. Ha trentacinque anni ed una mattina decide che quello sarà il suo ultimo giorno, si reca alla stazione per aspettare il suo ultimo treno.

Vera Esita, si percepisce dai suoi pensieri una certa riluttanza della ragazza nel mettere fine alla propria vita, una mano la afferra poco prima dell’arrivo del treno e così tutto comincia anziché finire.

Quella mano appartiene ad una donna, un’anziana signore di nome Beatrice, che da lì in poi guiderà Vera, nel suo percorso di risalita, di rinascita. Perché la vita è un percorso fatto di ostacoli e di cose meravigliose e il libro di Selene Piana insegna proprio questo: vedere le possibilità e la forza che c’è in ciascuno di noi. Persino Vera, la protagonista, scopre di avere in sè sufficiente coraggio per riprendere la propria vita in mano e cambiarla, un passo alla volta.

E così nel libro si assiste ad una lenta ma costante maturazione del personaggio. Le lettere che Vera aveva scritto per i suoi famigliari e conoscenti prima di morire, costituiranno quel mantra invisibile, per ritrovare se stessa, per non fuggire più, per riallacciare vecchi rapporti.

Vera legge le lettere a Beatrice, la donna che l’ha salvata, e quest’ultima le parla con la voce della saggezza che solo chi ha tanti anni sulle spalle, può possedere. Ricorda un po’ una nonna affettuosa che ti prende per mano e ti rassicura.

In questo romanzo c’è l’amore, c’è l’amicizia, c’è il mare, c’è la voglia di viaggiare, c’è il dolore, ma c’è anche la felicità.

Per come l’ho letto io c’è anche un profondo messaggio di speranza, si deve agire, se si vuole cambiare qualcosa, e Vera lo fa, con paura all’inizio, ma lo fa, e ad ogni suo progresso corrisponde una nuova sfida, ma una vita nuova, più ricca, e lei si trasforma.

C’è una frase nel libro che mi ha colpito, quando Vera parla con la sua ritrovata amica Barbara e lei le rivolge queste parole:

“A volte anche più gravi di quello che pensi… Solo che vanno avanti, Vera. Perché è questa l’unica cosa che puoi fare: andare avanti.» Barbara le lanciò uno sguardo di rimprovero e sistemò meglio il colletto della camicia. «Magari non bene… Magari ti vengono dei pensieri brutti. Ma vengono a tutti, Vera. A tutti…”

Barbara in realtà non ha mai pensato al suicidio, come invece ha fatto Vera, ma trovo che queste parole rendono l’idea della condizione in cui si possono trovare molte persone. Magari non lo dicono, magari non si nota, ma soffrono. Tutti soffrono, qualcuno di più, qualcuno di meno, ma credo che tutti vorrebbero una mano, un gesto, anche banale, nel momento di maggior bisogno. Perché non siamo tutti coraggiosi e forti come rocce, e questo libro ce lo insegna.

Occorre diventare forti, riscoprirsi forti, ma spesso volerlo non basta, occorre che qualcosa ci spinga a reagire.

Per Vera quel qualcosa è stato la presenza di Beatrice alla stazione, come si dice, al momento giusto nel posto giusto.

Come dicevo in questo romanzo c’è anche l’amore, oltre all’amicizia.

Il cuore di Vera sarà confuso tra Daniele, l’intrigante libraio che le darà lavoro nel proprio negozio, e Gabriel, l’affascinante medico, nipote dell’anziana Beatrice.

Ho apprezzato tanto il fatto di leggere dei riferimenti e dei profumi alle località della Liguria, così ben riconoscibili, eppure così sfumati sullo sfondo, questi, a mio modesto parere hanno dato quel qualcosa in più agli eventi del libro, ciascuno si potrà ritrovare magari nei posti che visita Vera, o che conosce, ciò rende tutto molto più verosimile.

A questo si deve aggiungere che l’autrice è stata capace di trattare temi delicati come la depressione, il suicidio, e la solitudine, in maniera molto equilibrata e profonda, pur rimanendo distante.

Un’ultima cosa che posso dire di aver apprezzato molto, è la cura quasi maniacale dell’estetica del romanzo.

Mi ero solo dimenticata di vivere pur essendo un testo auto pubblicato, risulta migliore di molti altri editi da grandi CE. Il testo è pulito e scorrevole, senza errori, o refusi, ed è anche abbellito da piccole immagini e decorazioni ad ogni capitolo cosa che non si vede più nel libro di tutti i giorni.

Per tutti questi motivi mi sento di consigliare la lettura di questo romanzo, che a me ha dato tanto e che merita certamente la dovuta attenzione.

 

Samanta Crespi

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