Luther: recensione

Le serie crime sono ormai diventate un’usanza, per quanto riguarda la cultura popolare di questi ultimi anni. Da Sherlock a Fargo a True Detective, le serie TV gialle o thriller, per quanto innumerevoli siano e probabilmente continueranno ad essere, riescono ancora a far presa sul pubblico. Non è dunque facile stare al passo coi tempi e crearne qualcuna che sia originale o appassionante. Per la maggior parte queste prendono spunto dalle due serie di punta nominate precedentemente, o quantomeno da CSI.

Tuttavia Luther, serie TV creata nel 2010 dal fino ad allora sceneggiatore Neil Cross (Crossbones, Hard Sun), riesce ad essere innovativa e al contempo avere delle sfumature non originali, ma capaci ancora di fare presa sul pubblico.

John Luther, interpretato da un carismatico Idris Elba (Pacific Rim, The Wire), detective della polizia di Londra, è un investigatore perennemente in sospeso tra la legge e la giustizia. Quando la legge non applica le sue regole riguardanti la meritata punizione di un criminale, è giusto, per l’appunto, farsi giustizia da soli?

Questo suo comportamento altamente anticonformista lo mette molte volte in contrasto coi suoi colleghi e partner sin dall’inizio del primo episodio, quando un criminale assassino di bambini, nel tentativo di sfuggirgli, precipita da un’altezza elevata, finendo in coma, senza che nessuno sappia esattamente se Luther abbia fatto effettivamente qualcosa per salvarlo.

Ed è proprio Idris Elba a farla da padrone in questa serie: probabilmente se non vi fosse stato lui, il personaggio non avrebbe avuto tutto questo spessore e questo carisma. La sua presenza è enorme, in tutti i sensi, i suoi occhi trasudano esperienza e frustrazione in ogni momento, le sue frasi non sono mai artificiose e le scelte che compie vengono totalmente condivise.

Gran parte dei casi ai quali è affidato John non è “esterna”, come gran parte delle serie crime mainstream, ovvero non vengono risolti esternamente allo sviluppo psicologico del personaggio: attraverso essi, Luther mostra sempre più la sua natura e le sue intenzioni, crescendo e anche maturando in certi casi, seppur molti finali lascino un sapore amaro. Non è una serie leggera, sia per quanto riguarda la storia sia per quanto riguarda il pacing: gli episodi durano ognuno più di 50 minuti e i casi vengono risolti, a volte, anche ogni 3 puntate. Ciò è rappresentazione della psiche dei personaggi e il loro continuo affaticarsi ad andare avanti coi loro doveri, sia lavorativi che morali.

Ogni caso studia una diversa tipologia di criminale, e ne mostra tutte le possibili sfaccettature, seppur a volte si esageri un po’ (uno dei criminali è un hikikomori e uccide persone solo per “accumulare punti” in un suo GDR), ma è giustificabile per quanto si cerchi di rendere il tutto più “drammatico” e appetibile al piccolo schermo.

La città di Londra, sempre grigia e con ben pochi contrasti, simboleggia l’assenza di vera e propria presenza di bene e male nella storia: le numerose sfumature dei personaggi non li rendono mai totalmente buoni o cattivi, così come Luther non è definito un personaggio totalmente buono. Ciò rende naturalmente molto più facile da parte del pubblico immedesimarsi e simpatizzare per molti di loro.

Se si dovrebbero fare i resoconti di tutte e quattro le stagioni rilasciate finora, si potrebbe dire che la seconda sia probabilmente la migliore, un perfetto connubio tra casi intriganti e una storia personale spiazzante; la prima e la seconda stagione sono a pari merito al secondo posto e al terzo la quarta stagione. Buona per quanto riguarda i casi (o meglio, IL caso, dato che è composta da sole due puntate), ma povera nei contenuti.

Oltre a qualche parentesi di sceneggiatura discutibile ma tralasciabile, forse il difetto principale di questa serie è il personaggio di Alice. In certi punti, sembra quasi che la serie voglia giustificarla, o anche a prendere le sue parti, le parti di una psicopatica assassina priva di empatia e che aiuta Luther solamente per un esperimento personale. Probabilmente non è questo l’intento, ma a prima vista sembrerebbe esserlo.

Nota di merito va al doppiaggio italiano, nel quale un crudo Roberto Draghetti, seppur non raggiunga la profondità vocale di Elba, è riuscito a infondere tutto il conflitto interiore e il dramma dell’attore. Non a caso la serie valse a quest’ultimo ben due Golden Globe come miglior attore in una serie drammatica (2012) nelle prime due stagioni.

In conclusione, un’ottima serie crime, indubbiamente una delle migliori degli ultimi anni, cruda e realistica, recitata, scritta e girata bene. Le prime quattro stagioni sono disponibili su Netflix e si è già in fremente attesa per la quinta. Anche perché, come dice il teaser, “THIS WILL HURT”.

 

Andrea De Venuto

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