L’uomo del labirinto: recensione

Dopo un esordio che ha portato i suoi buoni frutti con La ragazza nella nebbia, vincendo addirittura un David di Donatello come miglior opera prima (consegnato da Steven Spielberg in persona), lo scrittore Donato Carrisi decide di bissare l’esperienza dietro la macchina da presa, portando sui grandi schermi un ulteriore thriller a tinte forti e cercando magari una conferma come esperto nel genere, sempre traendo ispirazione da un suo romanzo; stavolta, ad affiancare l’immancabile Toni Servillo, il quale recitava nella succitata opera prima, troviamo anche un ampio respiro internazionale grazie alla presenza del premio Oscar Dustin Hoffman, non nuovo alla partecipazione di pellicole prettamente italiane (si pensi ad Alfredo Alfredo di Pietro Germi).

E con una coppia d’assi così, entrambi coinvolti anche come produttori esecutivi, questo L’uomo del labirinto sembra avere delle buone premesse per non essere dimenticato, completando il proprio cast con la presenza della giovane Valentina Bellè e di Vinicio Marchioni.

La storia segue le vicende di un rapimento, la cui vittima è un’adolescente di nome Samantha Andretti, sparita quindici anni prima senza lasciare alcuna traccia, fino al suo inaspettato ritrovamento.

Risvegliatasi in un letto d’ospedale, la giovane (Bellè) è dentro una stanza in presenza del dottor Green (Hoffman), il quale la aiuterà a ritrovare la memoria pur di ricostruire i fatti avvenuti, risalendo magari all’autore di questo crimine.

Nel frattempo un recupero crediti di nome Bruno Genko (Servillo), in fin di vita e con pochi giorni davanti, decide di riprendere il caso a lui affidato, cercando di trovare l’artefice del suddetto rapimento e chiudendo in questo modo ogni conto col proprio destino.

Ma più l’indagine andrà avanti, più la verità che verrà a galla sembra non lasciare alcuna speranza, stringendo in una morsa letale chiunque rimanga invischiato in questo intreccio.

Nonostante La ragazza nella nebbia abbia mostrato poca verve registica da parte del suo autore, puntando il tutto e per tutto esclusivamente (ed ovviamente) sulla scrittura, ciò non ha impedito però a Carrisi di voler nuovamente tentare tale esperienza, magari mostrando qualche nozione in più che in quell’opera prima sembrava essergli sfuggita; ma mentre acquista valore a livello visivo, L’uomo del labirinto sembra perdere credibilità proprio sulla carta, mostrando un plot che già dal primo minuto lascia intendere dove voglia andare a parare e che poi si districa in, riusciti, giochi fotografici e di montaggio che fanno il tutto.

L’ambientazione hard boiled e il fatto di contestualizzarlo in un ambiente quasi fumettistico ha anche del notevole, ma il problema poi sta nella messa in scena, con, da una parte, un Servillo detective malridotto che a tratti funziona (le parentesi più rudi del suo personaggio non sono proprio per lui a dirla tutta), e, dall’altra, l’accoppiata Hoffman/Bellè che si dimena in un faccia a faccia continuo, dove è ben deducibile il dislivello nel confronto tra le due interpretazioni (metodo hollywoodiano contro metodo fiction italiana, ed è tutto dire).

Poi, non fosse che negli anni ’90 sono stati realizzati capisaldi del genere thriller come Il silenzio degli innocenti, I soliti sospetti, Seven e così via, più qualche riferimento al post 2000 di Saw – L’enigmista e sequel, L’uomo del labirinto, a livello di scrittura, sarebbe potuto anche funzionare, ma nel 2019, pensare che un qualsiasi spettatore non possa captare da subito l’epilogo di questo thrillerino sembra fin troppo, quindi ci troviamo di fronte ad un ennesimo tentativo di genere tutto italiano riuscito a metà, che almeno porta del buono a livello visivo.

Mirko Lomuscio

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