Lo Hobbit + Il Signore degli Anelli. Le trilogie in dvd: recensione

Nessuno ci voleva credere.
Una rappresentazione cinematografica della trilogia fantasy che ha rivoluzionato il genere stesso, tre film girati tutti insieme per poi venir rilasciati un anno dopo l’altro, con un cast di attori di tutto rispetto, effetti speciali all’avanguardia? Un’impresa non da poco, quella di Peter Jackson (Fuori di Testa, Sospesi nel tempo), che ha sempre creduto in questo progetto sin da quando vide il primo, vero adattamento dell’opera di Tolkien, nel 1987, di Ralph Bakshi. Impossibile, potrebbero dire alcuni, fin troppo ambiziosa e che rischiava di sfociare in un colossale disastro.
Eppure i tre film della saga del Signore degli Anelli, rilasciati a partire dal 2001, sono riconosciuti ancora oggi come la trilogia cinematografica migliore mai prodotta. Dopo aver infranto ogni record mai raggiunto da un film fantasy fino ad allora, rivoluzionato il modo di creare e vedere i blockbuster e le rappresentazioni dei romanzi, la trilogia di Jackson è riuscita nel suo intento, e anche di più. Basti pensare a Il Ritorno del Re, unico film nella storia del cinema, assieme a Titanic e Ben Hur, ad aver vinto undici premi Oscar.


Le avventure della Compagnia dell’Anello, un pugno di persone il cui compito è portare l’Unico Anello al Monte Fato, laddove è stato forgiato dal Signore Oscuro Sauron, unico luogo dove può essere distrutto, per impedire che risorga e faccia sprofondare la Terra di Mezzo nell’oscurità, è una delle trame più conosciute, semplici ma epicamente rese della storia della letteratura. Non difficile da trasporre, ma alquanto ardua da padroneggiare.
Ma per quali motivi è considerato da molti come forse il miglior prodotto cinematografico della storia? Cosa ha contribuito al suo successo?
Tra tutte le cause che si potrebbero elencare, forse le seguenti sono le più adatte a spiegarlo.
-Adattamento: Come detto, prima, la trilogia del Signore degli Anelli ha trasformato il modo di trasporre un libro, o in questo caso una serie di libri, in formato celluloideo. I cambiamenti posti all’opera tolkeniana hanno saputo dare più modernità ad una storia creata per riprendere i poemi epici nordici e britannici. Se fosse stato trasposto fedelmente, avrebbe rischiato di diventare troppo artificioso. Esempio eclatante è l’amore tra Aragorn e Arwen, molto più approfondito nei film. Certo, molti si sono lamentati dell’assenza di Tom Bombadil, uno dei personaggi più significativi della trilogia, Ma Jackson stesso ha affermato che, se l’avesse aggiunto, i film avrebbero perso ancor più epicità di quanta ne avessero.
-Grandezza: Da kolossal quale è, la serie del Signore degli Anelli è fatta per meravigliare. Ogni cosa in questi film è resa enorme, da destare stupore allo spettatore sin dalla prima volta che la si testimonia. L’epicità della colonna sonora di Howard Shore, entrata nella cultura pop mondiale, la gargantuesca magnificenza di Minas Tirith la prima volta che la si vede emergere dall’altra perte di una collina, la superba bellezza di Granburrone e del fosso di Helm… L’epicità di questi film traspare anche dalle sue ambientazioni e dalle musiche che fanno da sottofondo, che nessuno dimenticherà facilmente.
-Computer grafica: Come fece a suo tempo Jurassic Park, la trilogia di Jackson ampliò di miglia e miglia i confini delle potenzialità della CGI e ne mostrò nuove possibilità. Grazie alla casa Weta fondata da Peter Jackson stesso, si poté dare vita alle creature e ai contorni della Terra  di Mezzo, ma soprattutto a Gollum. Nonostante siano passati quasi vent’anni, ancora oggi è impressionante vedere con quanto realismo sia stato creato il personaggio, e la recitazione di Andy Serkis, capace di giocare con tutto ciò che lo riveste, lo rende ancor più appagante.
-Cast: Che sia Ian Mckellen per la saggezza e la prontezza di Gandalf, Viggo Mortensen per il coraggio e la speranza di Aragorn, Bernard Hill per l’intraprendenza e l’amore per il suo regno di Theoden, ogni attore ha saputo rappresentare alla perfezione le caratteristiche principali del personaggio che ha interpretato. Molti si sono lamentati per la pochezza delle espressività di Elijah Wood in Frodo, ma per lo meno si è saputo riscattare man mano che i film continuavano.
Nonostante i (pochi) difetti che possa avere, Il Signore degli Anelli è e resterà una delle imprese più proficue e importanti della storia del cinema, che chiunque dovrebbe vedere almeno una volta.
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Seguendo la scia del successo che gli portò la trilogia del Signore degli Anelli, Peter Jackson pensò, a ragion veduta, di dirigere altri tre film sul libro che aveva realmente iniziato le storie della Terra di Mezzo e che portò Tolkien alla fama mondiale, Lo Hobbit, scritto nel 1937.


Le avventure del Mezzuomo Bilbo Baggins, accompagnato da  tredici nani e o stregone Gandalf il Grigio per recuperare l’antico tesoro e la casa un tempo appartenute legittimamente a Thorin Scudodiquercia e sottratte dal drago Smaug, somigliano più ad una fiaba per ragazzi che un racconto mitologico, come fu per il Signore degli Anelli. Fa tuttavia riflettere come un romanzo di appena trecento pagine riceva lo stesso trattamento di un tomo di oltre mille. La risposta sarebbe alquanto semplice: far più soldi. Ed è riuscito nel suo intento, nonostante le reazioni dei fan non siano state calorose quanto quelle del suo precedente capolavoro di trasposizione.


Dopo continui ritardi di riprese e problemi con le case di produzione, nonché il cambio registico da Del Toro a Jackson, Il primo film, Un viaggio Inaspettato, uscì nel 2012.
È questo probabilmente il miglior film della trilogia.
La fedeltà al libro è quasi maniacale durante le scene più importanti, quali l’arrivo dei nani a casa di Bilbo o gli indovinelli tra l’hobbit e Gollum.
Stona tuttavia l’aggiunta forzata di Azog e di suo figlio, tanto per creare un villain alla storia, una storia bella per la sua semplicità. Oviamente, si parla anche dei “cameo” di Saruman e di Galadriel, così come le continue citazioni a Sauron, tanto per creare del buon fanservice.
Impossibile non menzionare il nuovo esperimento di Jackson introdotto in questo primo capitolo: creare il primo film della storia in 48 fps, mentre l’occhio umano è in grado di percepirne al massimo 12. Ciò ha naturalmente reso l’esperienza cinematografica più fluida e le scene d’azione più dinamiche, ma ha anche accentuato le pecche grafiche e registiche del film, come l’altezza dei nani palesemente ritoccata.

Ciò nonostante, un elogio non può non essere fatto al cast. Martin Freeman è un perfetto Bilbo, impacciato ma coraggioso e volenteroso, Richard Armitage riesce ad immedesimarsi perfettamente del serio e ardito Thorin Scudodiquercia. Per quanto riguarda McKellen e Serkis… non c’è bisogno di parlare della loro bravura.
Si apprezza anche il voler dare ad ognuno dei nani una personalità propria, a differenza del libro, nel quale si differenziavano solo per il colore dei loro cappucci. Letteralmente.  Questo è ciò che dovrebbe essere un adattamento: trasporre fedelmente quando serve e riparare i buchi dell’opera originale quando necessario.
Tuttavia è dal secondo film che iniziano le note dolenti. Nella prima metà il fattore fanservice citato prima viene decuplicato, con l’aggiunta del personaggio di Legolas, della sempre più crescente minaccia di Mordor, e di altri fattori messi solo per creare collegamenti con la precedente trilogia (è giusto dire precedente riguardo ad una cosa successa narrativamente dopo?). Aggiungiamo scene comiche artificiose, come i dialoghi tra Thorin e Thranduil o la sequenza dei barili e otteniamo quasi un cinepanettone fantasy. Per non parlare poi dell’aggiunta dell’ulteriormente inutile personaggio di Tauriel, creata sia per dare un personaggio femminile nel film sia per creare una storia d’amore forzata, che di fatti non porterà a nulla.

Nonostante questo, il film vale la pena di essere visto solo per le scene finali con Smaug. Come detto prima, le scene più belle sono proprio le più importanti. Smaug è stato reso magnificamente, sia parlando di effetti digitali sia parlando di movenze. Certo, si è voluto giocare sul fattore ombra per rendere meno l’effetto finzione, ma la scena rende ugualmente. E che siano Cumberbatch o Ward a dargli la voce, riescono a renderla melliflua, profonda e crudele, come si addice ad un drago.
Stranamente, però, vi sono anche qui, e anche in scene simili, effetti digitali mal riusciti. Stona parecchio il far colare addosso a Smaug dell’oro fuso che sembra uscito da un film del ’95.
Del terzo film forse sarebbe meglio stendere un velo pietoso. Tra decine e decine di scene fanservice, effetti digitali scadenti, coreografie improponibili (indimenticabile la scena in cui Legolas riesce a stuprare una legge della fisica), il tutto sembra più un’accozzaglia di scene ad alto impatto visivo ma poco impatto emotivo.


Ma, così come nei precedenti capitoli per ogni cosa brutta ce ne sono cinque belle, qui per ogni cinque cose brutte ce n’è una bella. La morte di Thorin è stata resa in maniera molto drammatica; le scena di silenzio, soprattutto quella finale tra Gandalf e Bilbo, riescono a distinguersi dal ritmo incessante di battaglie; la Battaglia delle Cinque Armate, per quanto improbabile, è stata resa in maniera davvero spettacolare. Dunque neanche questo film doverebbe essere denigrato nel suo totale.
In sostanza, la trilogia de Lo Hobbit è una serie di film in ripida discesa, ma che continua comunque ad avere in sé dei piccoli tesori, come un anello disperso in una grotta oscura. Se siete degli Hobbit abbastanza caparbi da trovarlo e usarlo a vostro vantaggio, non esitate ad acquistare l’edizione home video!

Andrea De Venuto

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