Il professore e il pazzo: recensione

Quando due personalità di grande spicco si incontrano per un film alla loro altezza le aspettative si fanno alte, e quando queste due personalità rispondono al nome di due premi Oscar come Mel Gibson e Sean Penn allora c’è da presagire il meglio a riguardo, pensando di poter assistere ad un qualcosa di elevato rispetto ad altro; l’opera scelta per poter far duettare questa coppia di numeri uno è una storia vera ambientata nell’Inghilterra dell’800, tratta da un romanzo di Simon Winchester e riguardante la creazione dell’Oxford English Dictionary, ovvero una raccolta di gerghi e parole racchiusi in unico tomo ed elencati con le loro dovute definizioni.

Dietro la creazione de Il professore e il pazzo troviamo un nome come P.B. Shemran, autore di origini iraniane conosciuto sino ad ora come Farhad Safinia, già sceneggiatore per conto di Gibson stesso nello storico Apocalypto e qui per la prima volta al lavoro dietro la macchina da presa; siamo nel 1857 e il dottor William Chester Minor (Penn), causa la sua forte follia che porta dai tempi della Guerra di Secessione, uccide volontariamente un uomo, salvo poi scoprire di trattarsi di un equivoco; condannato alla prigione, il medico sconterà la sua pena cercando una redenzione nei meandri della sua mentalità offuscata dalla pazzia, senza però perdere quel lume di ingegnosità che sempre lo ha accompagnato.

Nel frattempo il professor James Murray (Gibson) riesce ad ottenere dalla Oxford University il permesso di poter realizzare un’enciclopedia ricca di vocaboli e parole, avventurandosi così un’operazione che metterà anche a rischio la sua vita famigliare, anche perché il progetto risulterà essere sempre più un obiettivo impossibile.

Questo sino a quando i due uomini non saranno destinati ad incontrarsi, dando così vita ad un epocale risultato e ad una solida amicizia, che negli anni saprà dare i suoi buoni frutti.

Trattato storico e cinematografico di una delle parentesi più importanti del regno grammaticale, Il professore e il pazzo è un lungometraggio che si presenta agli occhi degli spettatori con tutte buone premesse per poter divenire un’opera indimenticabile; abbiamo Penn e Gibson alle prese con ruoli forti e sentiti (il primo ha però la meglio, dato che trattasi di un personaggio sopra le righe per lo più), la ricostruzione dell’epoca ottocentesca è minuziosa al punto giusto ed anche il cast secondario ha i suoi volti ben delineati (da ricordare la presenza di Eddie Marsan, Natalie Dormer, Steve Coogan, Jennifer Ehle e Ioan Gruffudd).

Eppure quest’opera prima di Shemran non sembra dare proprio il massimo, anzi, dopo aver sorvolato l’idea di dare la giusta delineazione del periodo descritto e messo nero su bianco la voglia di voler approfondire questi due uomini di gran cultura, null’altro sembra aggiungersi alla visione di questo film, che va avanti di momento in momento senza mai andare sotto la media nella messa in scena, e stesso discorso vale anche per il livello di scrittura (non per nulla nello script, oltre alla presenza del regista stesso e di Winchester, vi è anche quella di John Boorman).

C’è molto compiacimento nello svolgimento di questa operazione, che si adegua sulla presenza di un bravissimo Penn ed un volenteroso Gibson, ma in determinati elementi pecca di vera distrazione, tralasciando in più di un’occasione la vicenda primaria del dizionario oxofordiano per lasciar spazio ad altre trame sviluppate in modo egregio (quella tra Minor e la vedova Merrett interpretata dalla Dormar), senza però lasciare un segno indelebile.

Non è cattivo cinema quello mostrato ne Il professore e il pazzo, anzi, una più che meritata visione la si consiglia anche, salvo però riuscire a sostenere il ritmo dilatato e la voglia di presentarsi al pubblico in tutto il suo accademico svolgimento, che alla fine ne estraggono il vero senso di esistere di questo titolo; ovvero quello di essere un bignami del buon cinema, in questo caso reso senza infamia e senza lode.

Mirko Lomuscio

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