Il greco

Non so perché questa notte è più notte di tutte le altre.
Sarà per quest’aria gelida che mi brucia le narici e i polmoni, per il freddo che attraversa i vestiti e mi congela il sangue o per la neve che si è posata sulla città, l’ha invasa e ha stravolto il mio solito paesaggio. Le luci dei lampioni sfidano il buio ma si sgretolano in questa quiete che non mi appartiene. Quando abbasso la saracinesca sono abituato alle voci dei nottambuli che entrano nei locali, al rombo delle auto che sfrecciano sulla strada, all’abbaiare dei cani randagi, al fragore dei camion della spazzatura, al rumore dei miei passi sul selciato. Ma questa notte non c’è nessuno in giro, neanche quel vecchio barbone che cammina veloce con le sue borse di plastica, come se tornasse di fretta. Chissà da dove.
Lo vedo, in ogni stagione, lavarsi alla fontanella in fondo alla via e lo sento imprecare contro il muro e contro il vuoto che gli sta attorno. A volte alterna parole che non comprendo a sputi di rabbia mentre, come se riordinasse la biancheria nei cassetti, sposta le sue poche cose da una borsa all’altra. Tutte le mattine si ferma davanti alla bancarella di frutta e verdura e prende una mela, una carota, un finocchio sotto gli occhi del verduraio che glielo lascia fare.
«Efcharistíes» dice. «Grazie» ripete, nel suo italiano stentato. Poi si allontana camminando all’indietro e alza la mano in segno di saluto, «Kaliméra».
Tutti qui lo chiamano il Greco.
Mi domando se ha un posto dove andare, un posto caldo, sicuro, perché in questa notte nessuno dovrebbe dormire su un materasso di cartone, sotto un cavalcavia o la pensilina della stazione.
Cerco la mia auto parcheggiata dall’altro lato della strada e avanzo, un passo dietro l’altro, con la sensazione di andare a ogni passo per aria. Scivolo. Mi poggio a un muro. Riprendo fiato.
Qualche fiocco solitario continua a volteggiare in questo cielo senza stelle che sfuma le case e scolorisce le insegne dei negozi. La fontanella, incrostata di ghiaccio, tace.
Scendo dal marciapiede. Apro le braccia come un equilibrista e attraverso. Le scarpe affondano nelle pozzanghere e sento i calzini bagnati incollarsi ai piedi. Ecco, ci sono quasi. Azzardo uno slancio, in realtà è solo un movimento un po’ più lungo della gamba, e atterro sulla mia vecchia Punto intirizzita. Con le mani congelate afferro il volante e metto in moto. Il motore tossisce rauco, poi tace. Riprovo e comincio a maledire questa neve sporca e infida che non ha nulla a che vedere con quella di Courmayeur o di Cortina.
«Forza bella» dico, «non mi lasciare». Riprovo ancora: la Punto continua a tossire, ma ora il suono è diverso, come di qualcuno che si schiarisce la gola prima di parlare. «Dai! Fammi sentire la tua voce». E finalmente parla. É come se dicesse: “Sono pronta. Andiamo” .
“Una bella doccia calda è quella che ci vuole”, dico tra me e me, e penso al tepore delle mie quattro mura, al pigiama che ho lasciato sul termosifone, alla pasta e patate da scaldare, al bicchiere di vino rosso, al mio letto comodo.
Accendo le luci, inserisco la marcia, metto la freccia e aziono il tergicristalli. La neve viene spinta ai lati e scivola lungo il cruscotto. Il mio fiato appanna il vetro. Mi tiro la manica del maglione sul dorso della mano e lo pulisco.
Solo ora lo vedo!
Sembra un sacco lasciato all’angolo di un portone, un grosso sacco di stoffa coperto di neve che si sbriciola per un respiro o per un movimento sotterraneo.
Mi è già accaduto quando ero bambino. Sembrava un piumino tra lo stipite e la soglia di marmo. Un piccolo piumino marrone che stavo per raccogliere. Ma poi quel colore mi era sembrato innaturale e mi ero fermato. Spaventato avevo chiamato mio padre. Avevo solo sette anni.
Con la ripugnanza che mi provocano le cose che non riesco a definire mi avvicino per guardare meglio. Un uomo, avvolto in una coperta logora, respira a fatica e trema all’angolo del portone. Di lui vedo solo le dita che tengono stretto un lembo di stoffa sul capo.
Il piumino marrone era un pipistrello. E se quest’uomo fosse un ubriacone, un drogato o un assassino? Bastano questi pensieri a bloccarmi, ad allontanarmi da lui e da tutti quelli come lui. Paure che mi fanno perdere il coraggio e mi spingono a non vedere. Ma stanotte non posso farmi legare dalla mia paura.
«Non hai un posto dove dormire?» domando.
La coperta si solleva. Vedo due occhi spenti in cavità profonde, brecce che il tempo ha scavato su un volto ossuto, capelli stinti e un fetore antico. Vedo il Greco. Mi allontano d’istinto. Quel puzzo mi fa schifo. Poi mi faccio schifo io. Il Greco mi guarda infastidito e dice: «Non c’è posto al dormitorio». E penso che basta non trovare posto al dormitorio in una notte come questa per decidere la vita o la morte di un uomo.
«Se ti accontenti, ho un posto dove farti dormire».
Colgo il suo sguardo di diffidenza. «Sto bene qua», risponde. E si rimette la coperta sulla testa.
Amico lo so che non ti puoi fidare. Al tuo posto non mi fiderei neanche io. Se ne sentono tante di cose brutte in giro, di stronzi che ti danno fuoco o ti uccidono a calci.
«È una notte troppo fredda! Non puoi stare per strada.»
«Sono abituato. Lasciami in pace.»
«Va bene se ti porto qualcosa di caldo da mangiare?»
Vedo i suoi occhi venire a galla.
«Sono due giorni che non mangio» dice, masticando a vuoto. Poi serra le labbra arse dal freddo e mi fissa come se volesse entrarmi nella testa. Un foglio della Gazzetta si stacca dal suo petto. Lo agguanto prima che tocchi terra e glielo restituisco. Le nostre mani si sfiorano, ruvide.
«Non mi prendi per il culo?» domanda con un filo di voce.
No, non ho nessuna intenzione. Ma tu non puoi saperlo e io non trovo le parole per dirtelo. Ma se in questa notte, più notte di tutte le altre, non faccio qualcosa per te non me lo perdonerei.
Allora torno in macchina. «Aspettami!» grido. Attraverso la città. Supero le piazze e i cavalcavia. Accelero, le ruote slittano sul ghiaccio, rallento. Arrivo a casa. Cerco un sacco a pelo, una coperta e pure il giaccone pesante, quello col cappuccio. Infilo tutto in un borsone e riscaldo la pasta e patate che mi ero preparato per cena. Scendo di corsa le scale. Riattraverso la città. Ritorno davanti a quel portone dove ti ho lasciato raggomitolato e spero.
Spero di trovarti ancora.

Testo Raffaella Ricci

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