Il gatto con gli stivali 2 – l’ultimo desiderio: recensione

Ho letto parecchi pareri discordanti sul sequel animato del Gatto con gli stivali della Dreamworks.

Per me, invece, questo capitolo Il gatto con gli stivali 2 – l’ultimo desiderio, è stato una rivelazione.

Una tematica potente, qualcosa che ci ha toccato e ci tocca da vicino: la paura, la fragilità, il timore di non essere più ricordati, la paura della morte.

Ecco c’è questo e c’è molto di più in questo film d’animazione.

Gatto si trova all’improvviso a rendersi conto di aver speso 8 delle sue 9 vite (per gli americani i gatti hanno 9 vite, per noi italiani 7), quindi alla “leggenda con gli stivali” resta una vita sola.

Il medico gli consiglia di ritirarsi ed è proprio qui che gatto incontra il nemico più grande, quello da cui non può sfuggire: un crudele e abile cacciatore di taglie, che poi si scoprirà essere “la morte” con le sembianze di un lupo dagli occhi rossi, nero mantello e due falci, un po’ inquietante direi, con il fischiettare di sottofondo che ricorda i film thriller horror. 

Il gatto con gli stivali ne resta traumatizzato e, per la prima volta ha paura, teme per se stesso, quindi fugge via, cambia vita e seppellisce il suo costume e così la sua identità di impavido fuori legge.

Ma sarà proprio qui che gatto, facendo i conti con se stesso ritroverà se stesso, il senso dell’avere una vita soltanto e il significato di amicizia e fiducia.

È una bella parabola evolutiva quella che accompagna il Gatto con gli stivali nella consapevolezza di quali siano le cose per cui vale la pena lottare.

Non occorre avere tante vite se poi si finisce a non dare valore a quello che si fa o che si ha.

Ci sono diversi nemici, oltre al lugubre lupo, i quali cercheranno di portare via al gatto il suo desiderio, ritroveremo kitty zampe di velluto e personaggi nuovi, ma sempre ripresi da altre fiabe e favole.

Il finale è sorprendente, così come la sperimentazione dell’animazione nel film, un misto di scene coreografiche 2d-3d e sfondi sfumati.

Antonio Banderas storica voce del nostro coraggioso protagonista, a proposito di questo film, in un’intervista relativa al trailer ha detto:

Suppongo che gli anni della pandemia abbiano qualcosa a che fare con la profonda riflessione sulla vita e sulla morte, che vale la pena esporre anche ad un pubblico davvero giovane. Penso che in fondo questo sia stata l’unica cosa positiva della pandemia e noi qui tentiamo proprio di mostrare il risultato di questa riflessione, perché ciò che ne viene fuori non è tanto la morte, ma il valore della vita stessa”.

Ovviamente gran parte di questo concetto non lo possono capire i bambini più piccoli (mia figlia che ha sei anni non ha ben capito il perché gatto avesse paura del lupo, cacciatore di taglie inarrestabile, nonostante il personaggio abbia spaventato molto anche lei), che hanno sì un concetto della morte, ma non è lo stesso degli adulti, né quello del gatto con gli stivali che si guarda indietro per valutare davvero la sua vita passata, anzi le sue vite passate. Gatto non è pronto a sacrificare se stesso, a morire, a non essere più la leggenda. Semplicemente non è pronto ad accettare di aver bisogno degli altri, e che la vita solitaria, per quanto avventurosa non ha senso, se si lasciano indietro gli affetti e le cose importanti.

Kitty zampe di velluto lo dice spesso a gatto: non possono competere con il tuo grande amore, “te stesso”.

Ma la storia lo farà cambiare inesorabilmente e il Gatto con gli stivali ritrova il coraggio di affrontare la sua paura e vincerla, almeno temporaneamente (la morte infatti nessuno può sconfiggerla).

Questa favola, forse, non è esattamente pensata solo per i bambini, avendo dei toni un po’ più cupi del capitolo precedente e senza i toni umoristici che hanno reso celebre la saga di Shrek, ma per me è molto ben riuscita, soprattutto dopo il periodo di pandemia e incertezza globale che abbiamo vissuto, ognuno a modo suo.

Unico neo per me, a parte l’animazione un po’ confusa a volte, è stato il doppiaggio di riccioli d’orso e degli orsi, con questo accento marcato di dialetto italiano del sud, che me li ha resi davvero insopportabili e dimenticabili, oltre al fatto che chi non conosce quel dialetto poco poteva capire dei dialoghi.

In conclusione lo consiglio a grandi e bambini, magari non piccolissimi, dagli 8 anni in su, se sono particolarmente sensibili.

 

Samanta Crespi
 
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