Gli ultimi anelli della catena: intervista esclusiva a Fedora d’Anzeo

Fedora d’Anzeo è nata a San Severo, in provincia di Foggia, e vive ad Arezzo dal 2002. È laureata in Giurisprudenza e svolge l’attività di giornalista. Ha pubblicato due libri, Mosche, Natascia le teneva tutte sparse (2005) e Stalking, conoscerlo e difendersi (2010). È inoltre autrice e interprete dello spettacolo Quei quattro scarafaggi dedicato alla storia musicale dei Beatles che rappresenta in giro per piazze e teatri assieme alla Ballantine Band.

Noi l’abbiamo intervistata in merito al suo ultimo libro Gli ultimi anelli della catena.

Questa la trama ufficiale: quando arriva sulla scena del crimine, il commissario Alessia Licata si rende conto di conoscere quell’appartamento. Ci vive Theresa Smithson, l’amante di suo padre, la donna che aveva spezzato per sempre la sua famiglia. La donna che aveva condotto Sergio Licata a togliersi la vita.Ora Theresa è morta. Suicidio, sembra. Ma Alessia sa che qualcosa non torna.

In definitiva, Gli ultimi anelli della catena è un romanzo sulla vendetta e l’integrità, sulla fragilità e la complessità dei rapporti umani. Un’indagine che intreccia vita privata e professionale verso un mistero che va oltre la risoluzione di un crimine, ma porta alla luce i segreti nascosti che custodiamo negli abissi del nostro animo.

Hai carta bianca e tre aggettivi per descriverti…

Direi sicuramente testarda, vivace ed empatica. Ci provo, almeno.

Mai senza…?

Trenta euro in tasca, non si sa mai…

Cosa ti piace leggere?

Un po’ di tutto, sono una lettrice compulsiva però disordinata: passo da Harari a Roth a Pinker a Vonnegut, così, senza un criterio.

Se dovessi esprimere tre desideri?

La pace nel mondo… no dai, sto scherzando. Cioè, mi piacerebbe ma credo serva qualcosa di più dei miei desideri. Parlando sul serio: mi piacerebbe che la mia avventura da scrittrice diventasse una carriera, viaggiare di più e comprare una monolocale in Portogallo, per andarci a ricaricare le pile.

La tua vita in un tweet?

Sono nata e un giorno morirò, nel mezzo ho cercato di fare qualcosa di interessante.

Parlaci del tuo romanzo. A chi lo consiglieresti e perché?

Per me è difficilissimo parlare delle cose che faccio, non sono timida per niente, ma non riesco a giudicare il mio lavoro. Del mio romanzo posso dire che è un viaggio, un’indagine in un caso di cronaca nera ma anche all’interno dell’animo della protagonista alla scoperta di sensazioni e stati d’animo che probabilmente ognuno di noi prova o ha provato qualche volta. Lo consiglio a chi ama guardare dentro le cose e non si ferma alla superficie.

Come sono nati i personaggi?

Sono un po’ la somma di persone che conosco, ho cercato di descrivere dei tipi – spero non degli stereotipi – donne e uomini contemporanei, alle prese con i loro tormenti, le loro battaglie quotidiane, i desideri. Viviamo tempi complicati per le relazioni umane, ho cercato di descrivere questa difficoltà.

Le ambientazioni scelte provengono dal reale o sono anche una proiezione dell’anima?

Un po’ e un po’. Ho descritto posti che conosco, magari mescolando i dettagli. Però ci sono alcune parti del romanzo ambientate letteralmente nei sogni della protagonista.

Come puoi riassumere ai potenziali lettori il tuo romanzo? Qual è il messaggio che hai voluto trasmettere?

Messaggi no. Credo che la figura dello scrittore come vate sia ampiamente superata in generale e, in particolare, io non ho niente da insegnare a nessuno. Ho cercato di mettere nero su bianco, come dicevo prima, sensazioni, emozioni, dubbi, tentennamenti per condividerli con chi li leggerà. È a loro che domando: ti senti anche tu così? E quando ti prendono la malinconia, lo smarrimento ma anche quando ti arriva improvvisamente una gioia, tu che fai?

Sei già al lavoro su un nuovo manoscritto?

Ebbene sì. Sto tentando un esperimento: scrivere un romanzo ambientato in un futuro distopico che, però, nel corso della narrazione diventa utopico. Però sono solo a pagina 6, vedremo come e se prosegue.

Silvia Casini

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