Fabrizio De Andrè: principe libero – recensione

Sono passati appena 19 anni dalla sua scomparsa, ma Fabrizio De Andrè è ancora nei pensieri di molti di noi, grazie alle parole dei suoi versi e le melodie delle sue canzoni, un’eredità artistica che difficilmente il tempo seppellirà e che giustamente è stato deciso di render e omaggio con un’opera filmica; una fiction per la precisione e ad occuparsene è stata mamma Rai, realizzando per il piccolo schermo un lungometraggio diviso un due parti, per un totale quindi di tre ore e dodici minuti di durata, che andranno in onda su Rai 1 rispettivamente il 13 e il 14 febbraio.

 

Fabrizio De Andrè: principe libero è quindi un lungo resoconto della carriera di uno dei nomi più altisonanti del nostro panorama musicale, pensato e concepito col fine di far scoprire a molti spettatori il lato umano e intimista di questo emblematico cantautore; un’operazione che non solo verrà trasmessa in tv, ma avrà anche modo di circolare per le sale il 23 e il 24 gennaio, grazie ad un’iniziativa di Nexo Digital.

Dopo questa lunga premessa, è ora giusto parlare di chi ha avuto il compito di ricoprire il ruolo del noto Faber in questa occasione, responsabilità di non poco conto che ha coinvolto il lanciato Luca Marinelli, colui che recentemente si è fatto notare a tutti per la sua bravura in film come Lo chiamavano Jeeg Robot e Non essere cattivo, e che ora tenta l’impossibile dando faccia e, soprattutto, voce al grande De Andrè.

Diretta dal regista televisivo Luca Facchini, la pellicola narra le numerose vicissitudini esistenziali del cantautore: dagli anni dell’adolescenza, con la rigida crescita inflitta dall’amato padre Giuseppe (Ennio Fantastichini), a quelli passati a calcare i palcoscenici con l’amico Paolo Villaggio (Gianluca Gobbi), dal matrimonio con Puny (Elena Radonicich) alla storia clandestina con Dori Ghezzi (Valentine Bellè), due relazioni che gli hanno regalato l’arrivo dei figli Cristiano e Luvi, il tutto fino ad arrivare ai tempi del successo, della crisi professionale e al rapimento avvenuto il 27 agosto del 1979, tragico evento che apre le danze del film gettando quindi tutto in un lungo flashback.

Con un’opera fiume come Fabrizio De Andrè: principe libero è lecito quindi aspettarsi un prodotto che parli di quanto più possa in riguardo, portandoci tra le note di una serie di magnifiche canzoni e di cosa le ha portate a compimento, come anche cosa le ha fatte nascere nella testa del grande Faber. Una costante che il regista Facchini si pone di mantenere sin dal primo istante, creando quindi una serie di siparietti che possano dare grande approfondimento all’intera esistenza di De Andrè, infilandoci di tutto e di più: l’amicizia con Villaggio (interpretato da un fenomenale Gobbi), quella con il rivale/amico Luigi Tenco (ruolo ricoperto da Matteo Martari), la parentesi drammatica riguardante il rapimento, l’amore per le proprie consorti, quella per i figli, il particolare rapporto con il padre e quello conflittuale col mondo della religione; e tra una cosa e l’altra spunta anche l’idealismo di De Andrè, quello che lo porta a mettere in luce le sue doti di cantautore, creando brani indimenticabili come Canzone dell’amor perduto, La canzone di Marinella, La guerra di Piero, Bocca di Rosa e Il pescatore. Brani che in questa lunga fiction vengono riproposti per lo più da Marinelli stesso, coinvolto in una performance impegnativa e in fin dei conti incompleta, per via di certe cadute vocali che accennano più ad una cacofonia romana che al genovese del noto cantante.

Non un nota deleteria di poco conto, però Fabrizio De Andrè: principe libero riesce ugualmente a mantenersi nella media come biography, un prodotto che apre una porta nell’esistenza di una figura musicale che ancora adesso, grazie alla sua forza artistica, arriva a trascinare nella commozione chiunque di noi.

Mirko Lomuscio

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