Eco d’infanzia

Se chiude gli occhi, le pare di sentire ancora l’eco di voci, vivide, in un cantuccio della mente.

È strano, pensa. Lei era tra quelle voci.

Ora è tutto diverso, come cambia il mondo…

L’estate, nel quartiere operaio, arrivava puntuale a bussare alle porte con calorosa insolenza.

Entrava in tutto il suo splendore dalle finestre, dai lucernai, saliva dall’asfalto rovinato distorcendo l’aria come quando si guarda attraverso la fiamma di una candela.

La mattina si usciva raramente nelle vie parallele sotto casa. C’era chi si spostava in auto per andare  al mare e chi affrontava le salite a piedi, con le borse della spesa fatta nelle botteghe sulla strada.

All’ora di pranzo si tenevano le persiane socchiuse, in cerca di refrigerio nella penombra.

Tra i grandi c’erano gli uomini che una volta abbuffati, si addormentavano nelle poltrone con il volume della televisione a fare da nenia; il sapore di vino scadente ancora sulle labbra. E le donne che trovavano il tempo di lavare piatti e stoviglie, bagno e pavimenti, e di sedersi, una volta terminate le faccende, a leggere qualche rivista o fare qualche lavoro di sartoria.

Preparavano il caffè.

“A riempire una stanza basta una caffettiera sul fuoco” scrive Erri De Luca.

Niente di più vero. Con quell’aroma di chicchi tostati e macinati, combinati con un po’ d’acqua, succedeva la magia.

Dove prima nemmeno una mosca aveva il coraggio di volare e c’era silenzio dentro e fuori, ora si destava perfino l’aria immobile.

E quel rumore, il rumore del caffè che sale, era il rullo di tamburi appena prima dell’inizio dello spettacolo.

Mara, il suo fratellino e gli altri bambini delle case vicine, non erano come i grandi: non sentivano la fame, il sonno, il caldo. Loro volevano giocare. Il gioco, in quelle estati torride, era l’unico pensiero, la sola molla che li teneva in tensione, schiacciati e frementi fino alle cinque del pomeriggio.

Non ci volevano stare dentro casa, si annoiavano a morte. Mica c’erano i tablet prima.

Venivano soggiogati con facilità dalla leggenda della “Mamma del Sole”, colei che poteva incenerire ogni bambino che uscisse a giocare prima del tempo. Certo, ci credevano, ma in realtà non avevano per niente paura. La mamma del sole poteva diventare un’altra delle loro avventure. Quanto si sarebbero divertiti in quelle ore calde a schivare i raggi roventi, a cercare di sfuggirle, correndo di albero in albero, rintanandosi nella frescura dei pianerottoli.

I grandi non capivano proprio nulla. Che poi, alle cinque il sole c’era ancora, eccome. Forse, però,  anche la sua mamma si ritirava e lo lasciava libero di splendere.

La libertà, tradotta in azioni, non si è mai avvicinata tanto fedelmente alla sua definizione, come in quegli anni.

A partire dal momento in cui i genitori davano l’ok per varcare le porte di casa già aperte. Perché a quei tempi mica si chiudevano, se non a notte fonda quando si andava a dormire. E se le trovavi chiuse c’era pur sempre la chiave nella serratura esterna. Il quartiere, visto dall’alto e da dentro, aveva le sembianze di un’enorme casa con tante, tante stanze divise in più piani. C’erano quelle al piano superiore dalla parte del monte, e quelle più giù di fronte alla piazzetta, e ancora quelle di un altro gruppo verso destra. Era una grande, variegata, vivace famiglia.

E ogni giorno per almeno tre mesi, a quell’ora stabilita da accordi non scritti, era un riversare di bambini nei marciapiedi e nelle strade. Di macchine, ne passavano ben poche.

I primi a correre fuori non esitavano che pochi minuti per andare a chiamare gli altri. “Può uscire Davide a giocare?”. Se si era fortunati li si poteva trovare già sulla soglia, pronti a saltare fuori casa; altre volte invece c’erano mamme indispettite che dicevano di non scocciare, che era ancora troppo presto. E le bambine, più furbe, ribattevano: “ma come, la mamma del sole è andata via”.

A ogni modo iniziavano i giochi. E ce n’erano a migliaia, e se non ce n’erano venivano inventati su due piedi, quelli poggiati per terra, e le teste tra le nuvole a nutrirsi di fantasia.

Nascondino, palla avvelenata, strega comanda color color…

Eccolo di nuovo, forte come prima, il suono delle voci.

Erano schiamazzi e risate, patti di sangue e litigi.

“Paperino esce con la pipa in bocca, guai a chi la tocca, l’hai toccata proprio tu, a contare ci vai tu!”

Era ritmo di infradito di gomma che battevano sull’asfalto, raggi di biciclette che ruotavano e sembravano frinire insieme ai grilli. Guerre combattute dietro muretti di pietra e atti di pace sanciti da due mignoletti. Cadute rocambolesche e ginocchia sbucciate. Erano storie raccontate con un filo di voce dentro capanne costruite con legna e foglie. Amicizie  profonde sigillate contro il resto del mondo.

Avevano tutto il tempo tra le mani in quei momenti. E il tempo correva con loro, quanto passavano veloci quelle ore. Non se ne aveva mai abbastanza.

All’imbrunire, le mamme cominciavano ad affacciarsi alle finestre gridando i nomi dei bambini e delle bambine. “Monicaaa” “Mara, Francesco salite a casa, la cena è pronta”.

L’incantesimo si dissolveva piano, ma in piena estate, nelle notti blu piene di stelle quando i muri trattenevano ancora il calore della giornata, si usciva anche dopo cena. E questa volta, proprio tutti: i grandi chiacchieravano, genitori e zii seduti sui gradini o nel ciglio dei marciapiedi, gli anziani nelle sedie di plastica e stoffa pieghevoli e i piccoli, instancabili che giocavano ancora.

Ci si sentiva minuscole parti di un qualcosa di maestosamente grande ma semplice. Si era fratelli, nonni, figlie, nipoti e amici di tutti.

Adesso, niente era più come prima. La “mamma del sole” cercava da tempo qualcuno da incenerire, anche solo per gioco, ma nessuno aveva più voglia di giocare. Passavano solo macchine su macchine, distratte. Così aveva preso la decisione di andare altrove, portando via i suoi raggi di calore.

Le porte erano sbarrate, gli occhi bassi, spenti. Non ci si salutava quasi più. Il tubare tedioso dei piccioni sui tetti era l’unico rumore. Quel silenzio immobile del primo pomeriggio si perpetrava a tutte le ore e anche nelle notti blu con le stelle.

Anche Mara si era trovata coinvolta e intrappolata nella tela d’odio e indifferenza. Era il mondo che andava avanti. Ma che modo strano di procedere. Vuoto.

Certo che a pensare a quei giorni lontani dove tutto riluceva, le veniva comunque da sorridere seppure con un filo tagliente di nostalgia.

Ora però riconosceva con tenerezza quelle voci nella sua testa.

Erano l’eco dell’infanzia.

 

Erika Carta

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