Dentro Lara

Quell’istante precedette la decisione che le tolse il fiato. Sapere qualcosa che soltanto un altro sa, nasconderla e lasciarla fluire in tre parole lievi: “Tu lo sai”.

È tutto quello che fece. La consapevolezza dei fatti le strappò un sussulto alla bocca. Lara conosceva i dettagli della storia. Li aveva digeriti e consumati. Li aveva visti sgretolarsi negli occhi della Strega e nelle sue vene.

Anche il poeta maledetto sapeva fin troppo bene fin dove si era spinto, i danni permanenti causati. Sapeva tutto, persino la fine dell’attesa e la spremitura della vita.

E Lara conosceva a fondo quel luogo di cancellatura, la strada del terzo binario e colui che tempo addietro era entrato in una notte d’estate ordinando “Uscite tutti!” e restando solo con lei: la Strega. Fiero e indecente, nel ritmo dei grilli immortali, le aveva ghermito la scintilla in un batter di ciglia, tra una chiacchiera e l’altra. Lo aveva fatto con un movimento tenue, come un lasciapassare di affilatura.

Lara aveva conservato tutte le sue domande nei polsi, come il pudore di certe muse, che dietro la reclusione, il silenzio, rinascono. Fu solo con l’addio del poeta maledetto, che la Strega e Lara scoprirono l’inganno del desiderio profferto da un paio di labbra. Roba da trattenere il respiro e poi sputare.

Quando accadde, la Strega le sorrise facendole notare il taglio del coltello sfoderato per esorcizzare il veleno. Proprio lì, nel retrobottega delle storie. Poi, le impresse nel cranio le frasi impossibili e il respiro polveroso delle lune d’argento, spifferandole una grande verità: “Hai tutti i millenni distribuiti su questo orlo di mondo. Ora, è il tuo tempo”.

Lara annuì e disse: “Il corpo si nutre di attimi, di vita e di assenze. Allo scoccare di mezzanotte. Nei boschi crepitanti della mente. Nei bivi d’incastro. Nelle curve di sgretolamento. Nei cuori inceneriti. Nel sottosuolo di certe radici logore, fonte di una scrittura sconsacrata. Certe ferite non si estingueranno mai, nemmeno in cento racconti. Ti ricordi come amavi sotto quel cielo color porpora? Mi si stringeva il cuore a vederti, ma non ti importava niente fuorché essere là, in quella città addormentata. Allora mi passò per la mente una stranezza: tutte le foglie degli alberi sembravano lamine d’oro. A staccarne una, potevamo diventare ricche di colpo. Avevi il petto gonfio di parole, attraversato da seicento colori, da trentuno ponti come un glifo su un legno pregiato. Una volta, bendata, mi portasti perfino da lui, fino al suo nome, fino a quel bordo dove cadde la neve. Ti ricordi di quella città dove non siamo mai state? Facciamo una promessa: imbarchiamoci su una nave fantasma e circumnavighiamo il globo in cerca di nuvole viole e storie da raccontare. Resta nelle mia dita, nel ventre della balena dove ogni tanto finisco. Resta nel passato che non tornerà più, nelle ore pantagrueliche del dolore e dei fili perduti. Resta nei sentieri segreti delle parole, nella scrittura espulsa dai mie silenzi, dalle mie arterie. Resta nel mio mondo di storie e se ora vuoi, parlami. E se anche voi siete qui a respirare quest’aria strana, fatevi sentire. Se anche voi, come il poeta maledetto, appartenete alla schiera degli inetti che afferrano parole in volo, le lavorano con delicatezza incastonandovi uno sguardo d’acqua, allora smettete di cercarmi nello sconfinato paesaggio di ossa e polvere, nei  teatri gretti, in quel gorgo di ombre tutte uguali, nella ridda di quei volti funerei. Io sono altrove. Sono dentro una carrellata di luoghi impossibili, nell’effluvio di una camomilla notturna, in un incrocio disegnato in mezzo al niente, tra una casa e una chiesa. Sono dentro agli orizzonti delle cose invisibili, nell’occhio di Dio, del filare degli eventi, dei giochi degli incastri. Sono in una terra d’amore che non muore, in un boato al centro dello sterno. Sono nei capelli della Strega, aggrovigliati con un’antica ferita che nasconde al mondo, con la sua voce bassa, e il suo oracolo di settentrione, breve come un lampo denso, forte come un tuono di fuoco. Sono nella penombra, nell’orologio sfarinato dal tempo, in un sogno incrinato, che finisce dentro altri sogni, fatti di bivi, di incubi, di scorie e di una scala che porta al cielo. E con me ho tre, dieci, cento, mille venti, proprio come adesso. Esattamente come sono: imperfetta. Se volete venire a prendermi, non toccate la mia luce, perché è un cardine e contiene tutti i giorni da meritare. Se volete afferrarmi la mano, sappiate che non potete proteggervi dalla tenerezza, perché ciò che sfalda il confine non è il tramonto, ma uno stato di grazia distante anni luce da ogni concessione umana, così potente che i fogli si squadernano, le scritture si spaginano, i personaggi di carta si animano e confessano le loro storie, si passano una mano sul cuore forato dallo sforzo di non risparmiarlo mai e guardano altrove, qui dove mi trovo ora, a ridosso del mio ventotto giugno, nel grembo di settembre, in un gong spaventoso, in un raggio di terribile stupore. Se volete guardarmi, osservate il modo di fumare fiero e strafottente del poeta maledetto, e poi seguite i miei passi verso l’ignoto: nascondono un secolo segreto. E non fatemi parlare del giorno fatale, dell’ora della sera, degli indizi, di una donna che si è ritirata in un’antica dimora ai bordi del niente, di una lettera, di un libro, e dello sguardo improvviso di un fantasma che sa che per vivere ho bisogno di scrivere sottopelle. E se proprio non riuscite a farne a meno di un paio di conversazioni incrociate, allora preparatevi ad ascoltare un precipitato di meraviglie. Sono nella mia mano sinistra, tra le pieghe della vita, tra i battiti invisibili, come un linguaggio primitivo che il mondo chiama amore”.

 

Racconto tratto da L’appendifiabe, Silvia Casini & La Ragazza con gli Occhi Verdi, Nadia Camandona Editore, Copyright ©