Blasé: recensione

Si comincia da un punto di vista del finestrino di una metropolitana, quella di una Londra moderna, che conta molto sulle sue diramate linee perché i cittadini si spostino più rapidamente.

Lentamente, attraverso naturali dissolvenze e stacchi in nero, l’attenzione si sposta su una ragazza, che indossa delle cuffie per distrarsi dal mondo che la circonda, dalle miriadi di facce e colori che si mescolano attorno a lei, come molte altre persone. Similmente fa l’uomo, solitario e silenzioso, che non reagisce a ciò che gli sta intorno.

Attraverso primissimi piani, successioni di inquadrature fisse e a volte anche sfocate, probabilmente volute apposta, il regista Enrico Acciani mostra come può sentirsi una persona se si aliena nel proprio io, più precisamente durante un viaggio, sia per passare il tempo sia per distrarsi sia per svagare la mente.

L’uomo blasé, come lo descrive Simmel nel suo The Metropolis and Mental Life, è un cittadino, sottoposto a continui stimoli, in qualche modo si abitua, diviene meno recettivo. Il susseguirsi quotidiano di notizie ed emozioni fa divenire tutto normale, consuma le energie.

Proprio come numerose inquadrature, tutto il mondo al quale siamo abituati e nel quale viviamo diventa sempre meno palpabile, più lontano dai nostri sensi. Non prestiamo più atenzione alle piccole cose o anche a quelle grandi semplicemente perché non ne abbiamo voglia, finché non ci togliamo le cuffie e ci riimmergiamo nella realtà.

La ragazza e l’uomo presenti nel corto non sono protagonisti, servono solo da esempio, siamo tutti noi, tutti gli abitanti di una grande città, ad essere presenti nel suo corto.

Non vuole essere una critica o un’accusa alla società ormai poco emotiva e individualista, quanto più un’analisi senza spiegazione o parola di un concetto psicologico sempre più diffuso nel mondo cittadino odierno.

 

Andrea De Venuto

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