Black tide: recensione

Il numero dei suoi film si conta sulle dita di una mano, nonostante sia attivo nel panorama cinematografico dagli anni ’90 (è del 1998 il suo esordio La vita sognata degli angeli), il regista francese Erick Zonca torna adesso sui grandi schermi con una nuova opera, un noir dai toni drammatici ambientato sullo sfondo di un’indagine poliziesca, dove un commissario dal carattere burbero e la vita sfasciata si trova nel mezzo della scottante scomparsa di un adolescente; ad interpretare tale uomo di legge troviamo un Vincent Cassel sfatto e trasandato, qua alle presse con un ruolo difficile ma anche responsabile di ricreare una certa figura paterna, dato che il suo personaggio è un genitore dai metodi estremi.

Quindi, tratto dal romanzo The missing file di Dror Mishani, Black tide è la storia del detective Francois Visconti (Cassel), persona con alle spalle un matrimonio finito e una vita famigliare altrettanto fallimentare, con tanto di figlio dedito dalla vita sbandata di strada; al nostro uomo di legge viene affidato l’incarico di far luce sulla scomparsa dell’adolescente Dany Arnault, un giovane che non è più tornato a casa lasciando i suoi genitori altamente preoccupati.

Seguendo una traccia tutta sua, Francois pian piano fa la conoscenza del mondo che circonda l’esistenza della famiglia Arnault, entrando innanzitutto a contatto con il vicino di casa Bellaile (Roman Duiris), tutor di Dany, il quale dà tutto il supporto possibile per aiutare le indagini.

Ma le sorprese non mancheranno e la verità sarà la più inaspettata delle rivelazioni.

Dramma a tinte forti, intriso in uno scheletro noir poliziesco, Black tide è più che altro un sentito spaccato della società d’oggi voluto dal regista Zonca; a dirla bene tutta, è un modo di voler descrivere quelle famiglie che oggi fanno parte di un drammatico quotidiano, senza lesinare in colpi bassi e momenti abbastanza forti.

 

Il film, grazie a quell’espediente che parte dalla scomparsa di un giovane adolescente, si incanala nelle vicissitudini descritte nella sentita trama, mostrando che ogni elemento, ogni singolo protagonista (da Francois stesso al Bellaile di Duris), ha un proprio effetto scatenante dovuto alla sua esistenza famigliare, quel microcosmo abituato a vivere di giorno in giorno, senza però sapere bene tutto ciò su di esso.

Zoncka con Black tide non la manda a dire di certo, fa questo tipo di analisi e utilizza un Cassel in versione “cattivo tenente” per rincarare la dose, anche se nel mezzo della narrazione si lascia qualche lungaggine di troppo (tutta la faccenda tra Visconti e il figlio sbandato rimane campata in aria alla fine) mentre l’atmosfera noir, resa dal direttore della fotografia italiano Paolo Carnera (sodale del cinema di Stefano Sollima), soccombe di fronte alla drammaturgia della vicenda narrata.

Certo, non un’opera trascinante, anzi i suoi punti morti li ha eccome, ma Black tide in conclusione, da poliziesco di partenza quale si presenta, diventa un dramma a tinte forti ben delineato, dove nella società d’oggi uomini e donne diventano parte di un discorso legato alla famiglia molto più complesso di quello che sembra, dove gli uni e le altre giocano un sofferto ruolo di vittime e carnefici a fasi inaspettatamente alterne.

A suo modo il film di Zonca è un pugno nello stomaco che lascia pensare parecchio, anche se sferrato nel modo meno doloroso possibile.

Mirko Lomuscio

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