Abilisti fantastici e dove trovarli è l’ultimo libro di Marina Cuollo, uno di quei libri che affronta con ironia, ma non troppa, la questione della disabilità vista dal punto di chi la vive in prima persona e di chi la percepisce dall’esterno, gli abilisti appunto, questi esseri mitologici e fantastici che infestano i peggiori incubi delle persone con disabilità.
Il titolo strizza volutamente l’occhio a una saga fantasy molto famosa, ma chi sono questi fantastici “abilisti” e come riconoscerli, o quantomeno spiegarne il fenomeno?
In primis bisogna ricordare cosa si intende banalmente per abilismo.
L’abilismo è lo stigma e la discriminazione nei confronti delle persone disabili, in questa prospettiva, la disabilità è vista come un difetto invece che un aspetto della varietà umana, mentre il corpo-mente non disabile è considerato la norma, quindi ciò che se ne discosta è visto come inferiore, negativo e con meno valore. L’abilismo è un’oppressione sistemica, cioè è una visione del mondo che si manifesta a tutti i livelli della società, così come il razzismo, il sessismo, l’omobitransfobia ecc…
Se si pensa che sia un fenomeno isolato ci si sbaglia, questo libro mostra con lo stile inconfondibile dell’autrice quanto in realtà comportamenti abilisti siano radicati praticamente ovunque, molto spesso messi in atto senza nemmeno la consapevolezza che siano atteggiamenti pregiudizievoli verso la persona con disabilità.
Marina ci dice con parole molto chiare cosa significa subire abilismo, o averlo “interiorizzato”: Alla fine, non è il singolo gesto o la parola fuori posto a fare la differenza, ma l’accumulo di tutte queste piccole, fastidiose “cortesie” mal riposte che, messe insieme, creano una montagna di micro aggressioni su cui le persone con disabilità devono arrampicarsi ogni giorno. È qui che l’abilismo mostra il suo volto più nascosto e insidioso: non un atto di crudele esclusione deliberata, ma una specie di brutto filtro Instagram che la società applica su tutto ciò
che ci riguarda. Un filtro che distorce, semplifica e complica, spesso nello stesso tempo.” Alzi la mano chi, avendo una disabilità, di qualsiasi tipo, non si sia mai trovato di fronte ad atteggiamenti e parole non consone fatte o dette da parte di persone cosiddette “normoabili”?

Marina Cuollo, in un improbabile elenco di essere “mitologici e strani”, che poi tanto strani non sono, ci presenta una carrellata di tutte persone “abiliste” divise per gruppi e atteggiamenti, per poterle riconoscere ma anche per capire come non ci si dovrebbe comportare nei confronti della disabilità, e lo fa riprendendo parte del lavoro che aveva già iniziato nel suo “A disabilandia si tromba”, solo che qui alcune cose sono state ampliate, e riviste e corrette.
Abbiamo, per esempio, la categoria “il pietoso”, ovvero colui che proverà pietà per il povero disabile che vive una vita triste difficile e piena di sofferenze e che pensa che la vita di una persona disabile faccia schifo a prescindere (come se la vita di chi ha una disabilità non possa essere al contrario felice ed estremamente appagante), abbiamo poi un’altra categoria di abilismo molto in voga, soprattutto ora che esistono i Social, lo “Tistimo&tiammiro”. Per queste persone, la persona con disabilità smette di essere persona e diventa un essere speciale, degno di ammirazione qualsiasi cosa che faccia, dal laurearsi al cucinare qualcosa da solo, al passeggiare con compagno/a al seguito. Non importa cosa fa la persona, se è disabile è degna di stima a prescindere e lo sono anche coloro che le stanno vicino come se compissero un sacrificio enorme.
Il Pesce Lesso è una categoria di persone facilmente riconoscibile dalle persone con disabilità perché, se la incontri, questa si mette a fissarti senza vergogna come se il suo cervello non processasse informazioni o stesse facendo un aggiornamento di Windows un po’ obsoleto. Non importa cosa la persona disabile stia facendo, il pesce lesso é lì con lo sguardo fisso inebetito come se non contemplasse la possibilità di fare altro. E quegli sguardi se anche si cerca di ignorarli comunque pesano.
Chi vorrebbe, mentre sta facendo qualsiasi cosa, in una qualsiasi giornata attirare lo sguardo invadente e ben poco rispettoso, di queste persone, solo in virtù del fatto di avere una disabilità evidente?
Per lo più sono i bambini ad avere questo sguardo fisso e spesso inopportuno, ma talvolta capita anche con gli adulti, che è anche peggio.
Queste sono solo alcune categorie di persone che non sanno come interagire e come trattare con la disabilità, ma questo libro ha proprio l’obiettivo di mostrare quali sono molti dei comportamenti sbagliati e cosa si potrebbe fare per modificarli.
“Così come essere “dotati di norma” non ti rende automaticamente un genio, l’essere disabili non ti inserisce d’ufficio in un’unica categoria in cui si è tutti uguali.”.
Dopo aver elencato molti tipo di “abilissimo fantastici”, che sarebbe meglio non incontrare, la seconda parte del libro affronta anche, sempre con lucidità, con una certa dose di ironia e un po’ di politicamente scorretto, cosa significa essere disabili nella società odierna, passando dall’essere disabile nella storia, essere disabile e la famiglia (che è il primo vero banco di prova della persona con disabilità), la scuola (e qui si potrebbe dire molto su inclusione, bullismo e accessibilità), il lavoro(perché anche le persone disabili lavorano o avrebbero diritto a farlo), le relazioni, la sessualità (le persone disabili non sono asessuate, si sposano, si lasciano e hanno anche dei figli), e la morte che comunque è parte integrante della vita.
Il libro non vuole essere un manuale del “cosa si deve” o “cosa non si deve fare nell’approcciarsi a chi ha una disabilità, ma in maniera leggera e provocatoria vuole aprire uno spiraglio per poter svelare in modo semplice quanta fatica si faccia, in realtà, per chi ha una disabilità a sopravvivere in una società che se anche “concede” qualcosa, troppo spesso rende difficili pure le cose più ovvie, la famosa “fatica nascosta” nella condizione di disabilità per poter fare tutto ciò che alle persone normotipiche viene naturale, fosse anche solo prendere un treno o uscire per un caffè o per andare a un evento.
Non si vuole educare dall’altro di una posizione privilegiata, ma rendere consapevoli chi ci sta intorno che esistiamo e facciamo fatica ogni giorno, e che tante volte la fatica si sente di più nel combattere contro pregiudizi sociali, culturali, e parole dette a sproposito, che non nell’affrontare barriere fisiche e architettoniche.
Samanta Crespi