Good Boy: recensione

Il regista e sceneggiatore polacco Jan Komasa, dirige il film Good Boy, un thriller psicologico teso e claustrofobico, concernente il recupero di un giovane difficile, che si trasforma in un sequestro e una detenzione forzata.  

Tommy, portato in scena da Anson Boon, è un giovane dedito all’uso di sostanze stupefacenti, e dominato da uno spirito inquieto, che lo porta a compiere atti di teppismo, che degenerano in episodi di violenza. Conduce  una vita totalmente sregolata, vagando di notte da un locale all’altro, in cui è costantemente in cerca di droga, sesso occasionale, e consuma grandi quantità di alcolici, fino al collasso.

Proprio dopo una notte di eccessi, che lo vede in terra svenuto su un marciapiede in strada, viene rapito.

Il suo risveglio è traumatico , poiché si ritrova con una catena al collo, che lo tiene immobilizzato  in un  seminterrato di una grande casa isolata, nel bel mezzo della campagna inglese.

Il sequestratore è una persona di mite apparenza,  incarnato da Stephen Graham, che insieme a sua moglie Kathryn , alias Andrea Riseborough, provvederà a trasformare mediante metodi coercitivi e isolamento il loro prigioniero, in un “bravo ragazzo”,inteso proprio come vezzeggiativo rivolto ai cani.

Il film di Jan Komasa, sottolinea come Chris il rapitore, desideri ad ogni costo recuperare il giovane Tommy. Sua moglie è complice in questa missione, e i metodi usati sono essi stessi intrisi di violenza, tanto che rammentano  “la cura Ludovico” di Arancia meccanica  , sia nel romanzo di Anthony Burgess che nel film di Stanley Kubrick.

Questo metodo si basa su coercizioni e punizioni brutali, capaci  di provocare dolore e sofferenze , sia fisiche  che psicologiche.

Tommy sfinito per il trattamento/addestramento, che straripa a tutti gli effetti nella tortura, si comporterà bene, ma perché privato del libero arbitrio.

Il lungometraggio di Jan Komasa, a prima vista narra una vicenda che rievoca suggestioni di dejavu, e tensione a parte, che non manca, la storia sembrerebbe anche poco credibile.

Analizzando meglio le figure allegoriche invece, si comprendono le ragioni della vita dissoluta del, ragazzo,figlio della borghesia inglese, e cresciuto in un ambiente familiare privo di attenzioni.

La suspense nella casa viaggia su un filo ben teso , alimentata dalle schermaglie tra il prigioniero e Chris , il pater familias, portato ottimamente in scena dal già citato Stephen Graham, reduce dall’acclamatissima serie TV Adolescence , ove anche lì interpretava il ruolo di un padre.

Il film del cineasta polacco è molto stratificato, e quello che è un metodo che prevede  punizioni violente, ove il fine giustifica i mezzi per “recuperare” il giovane, si tramutano in attenzioni.

Le stesse che gli sono state negate da sua madre, e persino la catena che lo tiene vincolato come fosse un cane, diventa il simbolo di un nuovo legame.

A Tommy infatti si affezionerà molto anche il figlioletto dei coniugi sequestratori, Jonathan , alias Kit Rakusen, che lascia anche sottintendere della pregressa grave perdita di un fratello più grande.

Good Boy è un thriller psicologico, una sorta di kammerspiel, con venature grottesche , ma nelle sue profondità si percepiscono sentimenti contrastanti. Il fine giustifica i mezzi, ma in realtà ciò che emerge sono i sentimenti e le emozioni. La pellicola di Jan komasa inoltre gode di quel substrato culturale , che è capace di omaggiare Ken Loach citando il film Kes ,e fa comprendere meglio il retaggio di un cineasta, che per suggestioni evoca anche il cinema di Danny Boyle.

Fabrizio Battisti