SPM

Tutto comincia circa una settimana prima di quella fase, nella vita delle donne, che torna ciclicamente a farle sentire tali.

Le mestruazioni.

Una valanga di sangue, più o meno cospicua, causata dallo sfaldamento dell’endometrio in seguito alla diminuzione di estrogeni e progesterone.

Tutto molto affascinante e clinico.

Ma qualcuno ha mai, seriamente, affrontato ciò che avviene in quella terribile, lunga, sfinente settimana prima?

Mettiamo il caso che una domenica notte qualunque si vada a dormire, beate e gioiose, in pace con il mondo circostante.

E il lunedì mattina, la sveglia. Che già… è difficile così.

Ma non è il solito inizio settimana, traumatico di per sé.

No.

C’è qualcosa di diverso, qualcosa che si avverte appena gli occhi si aprono sulla penombra della stanza, dove non è più notte ma nemmeno giorno, ancora.

Avvisaglie, a fior di pelle.

Il primo suono che si emette è una parola di tre lettere, di cui l’ultima, trascinata infinitamente verso il domani e i giorni a venire:

“UFF!”

Chiara, scandita, detta ad alta voce, mica uno sbuffo in un sussurro.

E la ripeti.

“UFF.”

Studi scientifici, innanzitutto la siglano, (perché sa molto di scienza così): SPM.

“Stronze Porche Mestruazioni”.

“Se Parlo Muori”.

“Sparisci Perché M’incazzo”.

No, scherzo.

Sindrome premestruale.

Così, la chiamano.

Perché instintomicidasconfortoacutoindecisoneperenne pareva brutto.

Imprevedibile come le folate di maestrale in una giornata di sole, non si sa mai sotto quale aspetto si presenterà a ogni nuovo giro. O peggio, se sarà multiforme.

Sempre studi scientifici la catalogano (ancora una volta perché sa molto di scienza così):

-SPM di grado lieve

-SPM di grado moderato

-SPM grave

-DDPM: (Dio Dio Perché Mifaiquesto).

Disturbo Disforico Premestruale, un approfondimento di cui sono venuta a conoscenza di recente e che mi fa sentire un po’ meno sola. Non che abbia la certezza appurata di essere in questa categoria, ma, essendo anche un filino ipocondriaca, figuratevi se non mi ci metto all’istante!

Comunque sia, a me pare, che lo stato cosciente, in quei giorni, venga meno. Ma in un modo strano, tutto suo. Di sicuro non siamo nello stesso universo dove vivono gli altri, piuttosto soggiorniamo in una bolla così inarrivabile e allo stesso tempo fragile che… oh sì, basta un nonnulla perché ESPLODA!

Ci par di non sentire nulla invece delle volte possiamo, chiaramente, sperimentare anche l’angoscia di una mosca che sbatte di continuo su un vetro sperando di arrivare all’aria fresca e respirarla.

È come se ci impiantassero un amplificatore (non voglio sapere dove) e tutte le sensazioni fossero estese a ogni fibra del corpo, tangibili e ingombranti.

Ogni emozione è fortissima ma non definita, dai contorni slabbrati che sfociano improvvisamente in quelli di un’altra emozione opposta e contraria, non richiesta, inaspettata.

Qualunque pensiero diventa insopportabilmente acuto, con tendenza al catastrofismo senza apparente rimedio, il che, getta in uno sconforto tale che l’unica cosa da fare è… piangere.

Oh, quante lacrime.

Sgorgano sole, impossibile metterci un freno.

Ho visto con i miei occhi un’altra donna piangere, ogni volta, in quel nefasto periodo, e alla domanda:

“Perché stai piangendo?”

“Non lo so”

“Dai, impossibile. Non è vero. Dimmi cos’hai, perché sei triste?”

“No ti giuro, non sono triste. Non ho nulla, è tutto a posto”.

“Aspetta…”

“Sì, sono in premestruo”.

“Ahhh, ecco perché. Potevi dirlo prima! Sicura che è soltanto per quello?”

“Sì!”

E ci credo, perché e come se piangessimo lacrime d’altri tempi, riferite a chissà quale evento. Lacrime che, anche se a stento, siamo state bravissime a trattenere un giorno e che pensiamo saranno dimenticate. Invece no, col cavolo! Quelle stanno lì, dentro di noi, a sbattere come la mosca sul vetro, a vagare in labirinti perduti, (piccole Minotauri incompresi) finché non trovano il corridoio giusto, uno spiraglio… LA LUCE.

E poi c’è la rabbia. Tremenda.

Perfino la donna più calma su questa terra, assume la consistenza pungente di uno yogurt magro andato a male.

Acida.

Di una molla premuta con forza e pronta a scattare.

Ed è dir poco.

Con in perenne sottofondo il mantra di cui sopra, UFF, ci accorgiamo di camminare sul filo teso del FASTIDIO. Di continuo. Un contatto fisico, o paradossalmente l’assenza di questo; una parola detta o non detta; peggio, uno sguardo truce o ambiguo. Noi possiamo avvertire qualunque cosa come una pesante offesa sul personale. Vediamo il male, riferito a noi, proprio a noi… OVUNQUE.

E allora non lo tolleriamo, no. Un fiume in piena di parole ci sgorga da dentro a fuori senza filtro. Oppure piccole parole, pescate dal pagliaio e lanciate come aghi appuntiti.

Il pentimento è dietro l’angolo e ovviamente il senso di colpa graverà più della colpa stessa.

Per questo, in quel periodo, preferiamo stare sole, circondate dalla calma e dal silenzio.

Peccato che in breve tempo il silenzio diventi assordante e claustrofobico e la calma, insopportabilmente piatta.

Ci sentiamo di nuovo tristi, incomprese, abbandonate, e in men che non si dica, DOBBIAMO assolutamente uscire a cercare qualcuno da tediare e incolpare.

O che, semplicemente, in quel preciso istante, ci abbracci.

Nel farlo, passiamo accidentalmente davanti allo specchio.

SACRILEGIO!

Mai lo avessimo fatto!

Eccheccos’è?! Una boa in mezzo al mare quella? Una balena che ha appena partorito? No, guarda, una mongolfiera che vola alta nel cielo… blu? Arancione. Aspetta.

Quello è il muro di casa mia, proprio dietro di me. Quindi la roba amorfa e ingombrante che riflette lo specchio… SONO PROPRIO IO!

Ommioddio! Ma che brutta sono? E grassa? Enorme! E quei capelli cosa dovrebbero rappresentare?

Cespugli di rovi secchi?

Ma chi me li ha fatti comprare quei pantaloni?

Non è possibile, non può essere.

Invece sì.

Ci arrabbiamo moooltissimo.

Ci brontola tutto. Non proprio tutto.

A dire il vero il brontolio è circoscritto allo stomaco, alla pancia.

Come se fossero piccoli capogiri verticali, vuoti rimestati.

È LA FAME.

E quando si arriva a quella, ragazze mie, non c’è più nulla da fare.

Inutile opporre resistenza. Ne uscireste solo più stanche, lacerate, sconfitte.

Allora, amiche… Abbandoniamoci alla dolce evidenza.

C’è un’unica, paradossale, compromettente soluzione a tutto, tutto questo:

MANGIARE.

Erika Carta

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