Spider-Man: Homecoming – recensione

Dopo la chiusura della trilogia Raimiana e il reboot che aveva per protagonista Andrew Garfield e dopo tre diverse incarnazioni di Spider-Man (in sei pellicole, senza contare l’ apparizione in Captain America: Civil War), il nuovo Peter Parker di Tom Holland ha quindici anni, deve fare i conti con i suoi superpoteri, che deve ancora imparare a conoscere, e si divide tra scuola, amici, bulli e primi amori e le responsabilità da “semplice eroe di quartiere”. Vivere una doppia vita non è facile per un teenager con super problemi, soprattutto quando l’unica ambizione è quella di venire richiamato dal suo mentore Tony Stark (alias Iron Man) per far parte della squadra degli Avengers. Peter Parker si sente pronto al grande salto da supereroe. Ma lo è davvero?

Spider-Man: Homecoming non mostra gli inizi del supereroe, non ci sono morsi di ragno né c’è Mary Jane a fargli perdere la testa e a fargli dare un bacio a testa in giù (anche se la scena viene simpaticamente omaggiata). Il Peter Parker interpretato magistralmente da Tom Holland è più vicino al ragazzino imbranato, timido e secchione dei fumetti che all’uomo maturo e sicuro di sé dello SpiderMan di Tobey Maguire.  Un film di formazione, una pellicola in cui viene raccontata l’evoluzione di un adolescente irriverente, dalla lingua troppo lunga e sfrontato in maniera così esagerata da risultare a tratti irritante.

E così che l’homecoming del titolo riveste un triplice significato: è il ritorno di Peter dalla vita da Vendicatore alla sua vita normale nel Queens; è il ballo della scuola, che nella sua necessità di interfacciarsi con gli altri, e con il gentil sesso, rappresenta una ben nota occasione per scontrarsi con il disagio adolescenziale; e infine è il ritorno di Spider-Man al cinema e alla tipica tensione familiare tanto cara alla Marvel anni ’60, che archivia il più iconico supereroismo a favore di un supereroe con super problemi. Problemi semplici, adolescenziali ma non per questo immeritevoli di attenzione.

Tom Holland ci offre certamente il miglior Peter Parker di sempre, vuoi per età anagrafica, vuoi per lo stile divertito e scanzonato, un personaggio del tutto incapace di fronteggiare le sfide più ardue, che non ha dimestichezza con le proprie capacità, e che talvolta non sembra neanche in grado di fare quello che ci si aspetterebbe che Spider-Man facesse. Menzione speciale, poi, per l’avvoltoio di Michael Keaton, la cui performance è semplicemente mozzafiato, un villain con una storia da raccontare, lontano dai soliti stereotipi. Un lavoratore dai modi rozzi ma che cerca di darsi un tono, un imprenditore edile prima e un trafficante d’armi poi, il cui unico scopo è garantire un buon tenore di vita alla propria amata famiglia.

Un teen movie in pieno stile, un family movie supereroistico divertente, avvincente, che intrattiene battute ben scritte e concetti semplici; con temi che spaziano dalla paura della perdita del lavoro all’incertezza del futuro, passando per le preoccupazioni familiari, la voglia di mettersi in gioco e la consapevolezza dei propri limiti.

Il tutto gestito in maniera perfetta dalla sapiente mano di Jon Watts che ci regala un ritmo sempre serrato e alcune scelte di regia piuttosto azzeccate.

 

Federica Rizzo

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