Sette minuti dopo la mezzanotte: recensione

Diretto da J.A. Bayona, con Lewis MacDougall, Sigourney Weaver, Felicity Jones, Toby Kebbell e Liam Neeson, il poetico film Sette minuti dopo la mezzanotte esce oggi, 18 maggio, nelle sale italiane.

La struggente pellicola vincitrice di nove Premi Goya, racconta la commovente storia dell’incontro tra il dodicenne Conor, vittima di bullismo a scuola e costretto a vivere con una nonna fredda e distante a causa della malattia della mamma, e la creatura fantastica che il ragazzo invoca nei suoi sogni per sfuggire alla solitudine del suo mondo reale. E la creatura si manifesta ogni sera (incarnata dalla straordinaria performance vocale di Liam Neeson), sette minuti dopo la mezzanotte, per raccontare a Conor delle storie, frammenti di un viaggio emotivo alla ricerca della verità.

Si tratta di un film di grande potenza emotiva, tratto dall’omonimo e pluripremiato romanzo di Patrick Ness (anche autore della sceneggiatura), pubblicato nel 2011 e tradotto in quasi quaranta lingue dopo aver riscosso un successo mondiale.

Nel film, è perfetta la performance del talentuoso e giovane Lewis MacDougall nei panni di Conor, un ragazzino coraggioso e pieno di fantasia, costretto a vivere un dolore profondo, ovvero l’imminente morte della madre affetta da cancro, l’inflessibilità della nonna materna, il distacco paterno e i soprusi dei compagni di scuola.

Il mostro-albero, che prende fatalmente vita poco dopo lo scoccare della mezzanotte, sarà per lui una salvezza, anche se lo farà sprofondare in incubi, brividi e terrore. Di fatto, la sua figura aggiunge una nota dark-horror al lungometraggio e rispecchia l’influsso gotico-fiabesco di Guillermo Del Toro, nonché l’estetica drammatica dell’assenza.

In sostanza, Sette minuti dopo la mezzanotte è un film oscuro e toccante, dove la trama fantasy si fonde alla perfezione con una realtà scomoda e intollerabile. È un film potente e strappalacrime, anche perché il romanzo su cui si basa, quello scritto da Patrick Ness, proviene da un’altra mente brillante. Una scrittrice aveva iniziato a imbastirlo prima che la malattia la uccidesse: Siobahn Dowd.

Così, quest’emozionante, tragica e suggestiva favola nera, che parla di morte, ma soprattutto di quant’è unica e irrepetibile la vita, è riuscita a rivivere su carta e sul grande schermo grazie alla magia della fabbrica dei sogni.

E c’è da dire che ogni volta che il mostro-albero si presenta a Conor gli racconta delle fiabe strane, dure, che fanno male, eppure c’è sempre una morale salvifica in esse, sia nella storia della regina cattiva, che in quella curato che viene sadicamente punito o in quella dell’uomo che desidera non essere più invisibile agli occhi altrui. Sono tutte metafore sulla catarsi, sulla sofferenza, sul senso dell’abbandono, sull’intima sopportazione del dolore.

Di fatto, Conor è un ragazzo che è dovuto crescere di corsa: è responsabile, infelice e molto sensibile, ed è in balia dell’ira repressa e della tristezza. Angoscia e disperazione agitano i suoi sogni e i suoi incubi, perché c’è una verità da ammettere e da accettare che lo attende al varco.

Bellissime anche le suggestioni provenienti dalle scene ad acquarello: incisive, poetiche e graffianti.

Tutto nel film è un difficile percorso di crescita che con tenerezza inaudita e sconforto conduce Conor verso un epilogo inevitabilmente commovente.

In sostanza, Sette minuti dopo la mezzanotte è un film da vedere anche se vi farà venire gli occhi lucidi, perché induce a una riflessione profonda, lirica e straziante, ma pur sempre fatalmente magica.

 

Silvia Casini

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