San Valentino di sangue (amaro)

E allora? Sei ancora lì, così? Non sei ancora pronta?

Le parole mi riecheggiano in testa. Sono quelle di mia madre, da anni sempre le stesse, riservate alla serata di San Valentino.

Come se una che deve uscire a cena col fidanzato dovesse essere tutta tirata e in ghingheri a partire dalle 3 del pomeriggio. Neanche se, a quell’incontro, io avessi dovuto andarci con lei.

E allora, non vai a fare il bagno? No, meglio la doccia. No, adesso no che al gabinetto c’è nonna. No, anzi, vacci più tardi che altrimenti sudi e poi puzzi.

Si fosse messa d’accordo una volta, su quel che diceva e che io avrei dovuto fare! Invece no. Il vestito era sempre troppo largo o troppo attillato. Le scarpe facevano a pugni con la mise. Tranne una volta, che avevo azzeccato il colore, ma non andava bene il tipo di pelle. No al camoscio; sì al camoscio “spazzolato”. Spazzolato? Che poi se lo era inventato, ci scommetto. Per mettermi i crisi.

L’abito era troppo nero, da funerale. A volte troppo colorato, mica era carnevale? Coi pantaloni sembravo un controllore di autobus; con la minigonna una che aveva appena finito il turno sul marciapiede di corso Venezia.

Che tanto poi arrivava nonna, con la sua solita vena ironica e la sua faccia rassicurante, e mi guardava in tralice.

«Sei sempre bella! –  mi diceva – Ce ne fossero come te!»

Vabbé, una volta l’ho beccata che riferiva che il ragazzo di turno sembrava un allocco, ma, in linea di massima, lei teneva per sé le sue critiche.

Vogliamo allora spendere una parola per questi “ragazzi di turno”? Che non sono stati poi molti, eh. Mica si dice chissà cosa. Diciamo solo che anch’io, ai miei tempi, ho avuto il “suo perché”.

C’è stato il ragazzino giovane, magari con qualche brufolo in fronte, che per l’occasione aveva lasciato a casa l’apparecchio per i denti. Ma parliamo di tempi davvero lontani. Che era talmente timido che aveva sempre le mani sudate, ed evitava di toccarmi, per non farmelo sapere. Così, i brufoli, sommati alla timidezza e all’apparecchio odontoiatrico che aveva ad aspettarlo a casa, hanno creato distanze, e tutto è finito in una bolla di sapone. La nostra cenetta in un fast food del paese, a dirci banalità, è stata a dir poco un fallimento. A nulla è valsa la rosa, rigorosamente rossa, che quella sera c’era sul tavolino. A marzo eravamo già separati, e chi s’è visto s’è visto.

C’è poi stato l’uomo rude, peloso e di quelli che sembra che “puzzino”, dal testosterone che emanano. Con lui ci sono andata prima al ristorante e poi a ballare. Solo che per tutta la sera, le sue mani sono state avvinghiate a qualcosa di mio – alle mie mani, alle mie spalle, alla mia schiena, e poi anche a qualcosa d’altro, sempre di mio, che non tratterò di certo in questa sede. Ma quante erano, queste mani? Arrivavano da sopra, da sotto. Da destra, da sinistra. Sono tornata a casa col trucco tutto sbavato, come in quella scena del film L’aereo più pazzo del mondo, e mi sa che nonna ha mangiato la foglia. Sebbene fosse tardi, era ancora in cucina a bere la sua “tisana”. Secondo lei, ma in famiglia lo sapevamo tutti che invece era un lassativo.

«Sembri ciucciata e sputata» è stato il suo commento. E ha sorriso in modo malizioso, di quelli che non lasciano dubbi. “Ti ho sgamata, carina”, stava pensando, mentre ammiccava alla mia faccia trasfigurata. Anche la serata con l’energumeno/maniaco si era rivelata un fiasco. Troppo audace, lui. Troppo pressante. Troppo malato di sesso. Ad aprile eravamo già ognuno per la sua strada, e grazie al cielo non l’ho mai più incontrato.

Ho trascorso poi delle serate di San Valentino con uomini che puzzavano davvero – puzzava il loro fiato, e quindi ho capito che non se ne poteva fare niente.

Con uomini sposati, e anche lì, una volta scoperto l’arcano, andavano a farsi da parte mia un bel viaggio di sola andata.

Quando poi sono stata, diciamo così, più matura, si sono alternati dei ragazzini che mi hanno fatta sentire importante e ancora giovane.

I cosiddetti toy boys, ma la cosa era troppo umiliante, anche perché in un locale, seppure a lume di candela e coi cuoricini rossi sparsi ovunque, una mia conoscente, lì a festeggiare San Valentino col marito coetaneo, ha avuto il coraggio di chiedermi se il mio accompagnatore fosse mio figlio.

Certo, lo ha fatto in maniera un po’ defilata, mentre lui si era allontanato per andare alla toilet, ma io avevo capito che in gioco c’era la mia dignità.

Insomma, l’uomo giusto non è mai arrivato. E ho smesso d’aspettarlo, anche se “mai dire mai nella vita” è un detto che ancora mi affascina.

I giorni di San Valentino degli ultimi anni li ho trascorsi a casa, in pigiama sul divano a guardare film d’amore.

Almeno quelli me li concedo. Insieme al mio cane Gerard, in onore di Gerard Butler, che è un attore che mi fa impazzire, ed è l’unico col quale vorrei andare a cena in queste stupide feste per innamorati.

Con Gerard – il cane – parliamo di quanto sia bella la vita. Anche così, da zitella. Che poi non è una brutta parola, oggi come oggi.

Credo che Gerard sia d’accordo con me, perché là fuori ci sono davvero dei tipi assurdi, e più si invecchia e più si diventa esigenti, quindi un uomo con l’alito che puzza o che ti mette le mani dappertutto, in stile piovra, ora non sarebbe neanche più tollerato.

Di sicuro, ricordo con nostalgia quegli anni, di quando mi affannavo a dare il meglio di me in relazioni che poi non avrebbero portato a niente.

Mi dispiace solo di non avere capito che quel che c’era di più bello, in quel periodo, erano le risate che ci facevamo con nonna, le nostre chiacchierate. E tutte le cose che diceva mamma che, seppur pedanti, erano sempre il frutto del nostro legame difficile.

Mi mancano, le sue frasi incoerenti, anche se pensavo che non lo avrei mai detto.

Ora nonna non c’è più, e nemmeno mamma. Nonna mi pare sempre di vederla, che sorride e si dà da fare. È come se, dove sta ora, lei non avesse bisogno di me. Non so come spiegare.

Con mamma, invece, il discorso è diverso. Abbiamo passato la vita a farci la guerra, e adesso mi mancano le sue frasi pungenti.

Forse la presenza di un genitore si dà sempre per scontata, e poi, quando d’un colpo arriva la tragedia, è una cosa che ti lascia a terra per anni.

Fra me e lei c’è qualcosa di non risolto, appunto perché siamo state troppo impegnate a litigare.

Così, col mio cane Gerard, stavamo proprio parlando di come ce la caviamo, qui noi due da soli.

Abbiamo concluso che non è male, ma che in futuro saremo più attenti a cogliere l’attimo.

La vita cambia di continuo, e se non ne sei consapevole rimani con un pugno di mosche.

A rimpiangere i tempi andati, come facciamo io e Gerald.

A proposito, chissà con chi passerà questo San Valentino Gerard Butler?

L’attore, questa volta. Non il cane.

 

Cristina Biolcati per Upside Down Magazine

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