Noi: recensione

Dopo il grande exploit della sua opera prima, ovvero il pluriosannato Scappa – Get out (premio Oscar per la miglior sceneggiatura), il nuovo astro nascente del cinema all black Jordan Peele, un uomo con alle spalle un passato da commediante, torna sui grandi schermi con un nuovo horror di estrazione sociale, intenzionato a voler analizzare fino a fondo quello che caratterizza la nostra epoca moderna, fatta innanzitutto di falsi perbenismi.

Affidandosi nuovamente alla Blumhouse di Jason Blum, l’uomo dietro ai successi di Insidious, Paranormal activity e del nuovo Halloween, e dopo aver prodotto con lo stesso l’ultima pellicola (vincitrice di Oscar per lo script) di Spike Lee, BlacKkKlansman, il buon Peele torna con questo Noi, film che prende avvio dalla tranquilla vacanza di una normale famiglia americana.

Come protagonista troviamo la Lupita Nyong’o di 12 anni schiavo, la quale veste i panni della moglie e madre Adelaide Wilson, ritiratasi in villeggiatura assieme al marito Gabe (Winston Duke) e ai figli Zora (Shahadi Wright Joseph) e Jason (Evan Alex), riunitisi nella casa al lago, lontani dal caos e dal frastuono della città.

In questo contesto i quattro però vivranno il peggiore dei loro incubi; di notte, davanti alla loro casa, irrompono alcune figure sconosciute, intenzionate a voler invadere lo stabile con intenzioni poco benevole.

Cosa ancor più sconcertante, i loschi figuri altri non sono che persone con le medesime fattezze dei Wilson, ma vestiti con una sola tuta rossa.

Qualcosa di molto sconcertante sta succedendo in giro e Adelaide, assieme ai suoi cari, intende fuggire via, verso la salvezza, salvo però scoprire una verità devastante.

Se una volta a fare horror di un certo livello, sviscerante pieno senso critico verso il sociale, trovavamo nomi come George A. Romero, John Carpenter, Tobe Hooper e Wes Craven, oggi invece è possibile trovare tale cinema tra le visioni di Peele, autore dalle idee chiare e sempre pronto ad affondare gli artigli nella società americana di oggi, che si accontenta di vivere di sola superficialità imperante.

E’ questo che vorrebbe dirci con Noi, un lungometraggio pregno di tensione e parecchia ispirazione, che prende avvio da uno spunto degno di un Funny games di Michael Haneke per arrivare a toccare i picchi di denuncia derivati da L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel.

Si diverte Peele, porta lo spettatore nel mezzo di un incubo veritiero e angosciante, dilata i tempi e non fa a meno di un umorismo memore dei suoi fasti comici, dettaglio che rende Noi molto più realistico di quello che è, una tecnica di regia e di scrittura la sua che riesce a far arrivare a galla un messaggio sociale ben chiaro, sfruttando questa ipotesi della doppia coscienza presente in ogni persona, che sia profonda o superficiale
Peele è figlio del cinema horror di una volta, quello nato tra le righe di un Romero o Craven che sia, quello che sempre ha avuto l’approvazione di un Carpenter perennemente ispirato; Noi fa parte di un discorso che questi autori di una volta avevano aperto circa 40 anni fa e che ora questo neo regista, figlio della blaxploitation post 2000, intende portare avanti, senza retrocedere di un solo passo verso la voglia di andare contro l’America trumpiana che vive la sua società.

Non all’altezza del precedente Scappa – Get out, ma comunque sia anche con questa opera seconda, che non è esente da difetti (tutto verso il finale sa di improvvisato, anche se funzionale alla fine), il buon Peele si dimostra autore dalle idee chiare e poco incline a compromessi di maniera, soprattutto quando si tratta di arrabbiarsi contro il quotidiano aberrante della società di oggi.

Mirko Lomuscio

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