Il premio: recensione

Alla sua seconda prova da regista (la terza, se calcoliamo anche la co-regia col padre Vittorio in Di padre in figlio), Alessandro Gassmann porta sui grandi schermi una storia on the road, sullo sfondo di una vicenda famigliare che vede alle prese un nucleo di personaggi bizzarri ed eccentrici, abitanti di una società borghese tutta italiota; con Il premio quindi il nostro attore/regista si scapicolla a narrare tale vicenda, utilizzando un cast di grido che vede in testa a tutti la presenza di un Gigi Proietti diverso dal solito, nei panni del cinico e serioso scrittore di successo Giovanni Passamonte, uomo famoso e papà dai metodi discutibili, convocato per ricevere il Premio Nobel per la Letteratura.

A tal punto questo noto personaggio si accinge ad affrontare un lungo viaggio per ritirare questa onoreficenza, in cui sarà accompagnato dal figlio Oreste (Gassmann), la figlia Lucrezia (Anna Foglietta) e il suo assistente personale Rinaldo (Rocco Papaleo), nonostante con sangue del suo sangue Giovanni non è proprio stato un padre modello, anzi, durante il tragitto si dimostrerà ancora capace di pesanti colpi bassi, mettendo a nudo la sua natura estrema di personaggio sopra le righe. Ma è anche vero che da questa esperienza ognuno saprà trarre le proprie somme.

Con accenni quasi autobiografici, dato che il Passamonte di Proietti ha un che di papà Vittorio, Gassmann sente veramente il bisogno di proporre un storia del genere ai suoi spettatori, dimostrando magari di essere capace ad azzardare pieghe intimiste degne di nota; nulla di più lontano dalla realtà.

Il premio è un film stanco nelle premesse e nella messa in scena, con una trama trita e ritrita (il viaggio come metafora di cambiamento) che non dà nulla di buono, sia agli spettatori che ai risultati finali, riuscendo addirittura a sfruttar male il suo ricco cast (un Proietti così sprecato mai si era visto, come anche un Papaleo così fuori tono), rei di dar vita ad un pugno di protagonisti veramente antipatici, ai quali vanno aggiunte le presenze gratuite dei giovani Matilda De Angelis (vista in Veloce come il vento) e Marco Zitelli (esordiente con una carriera musicale alle spalle), più la guest apparence (senza neanche dirlo, inutile alla causa) di Erica Blanc, icona del nostro cinema di genere (Operazione paura, La notte che Evelyn uscì dalla tomba, Il giustiziere sfida la città).

Il premio è quel cinema italiano tutto alto borghese che vorrebbe fare della satira graffiante e che invece, alla fine, conclude le danze cantandosela e suonandosela da solo, senza render partecipe il grande pubblico e risultando fin troppo freddo nella descrizione dei fatti e dei personaggi (script a cura di Gassmann stesso con Valter Lupo e Massimiliano Bruno); la noia pervade la visione questo film in modo fin troppo inesorabile.

Mirko Lomuscio

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