Il piccolo yeti: recensione

Creature mitologiche o leggende locali, il mostro dell’Himalaya come l’abominevole uomo delle nevi è sempre stato frutto di fantasie cinematografiche che possano sconfinare nella creatività più sfrenata, per lo più in opere di genere horror o affini, per non parlare del regno dell’animazione.

E proprio da quest’ultimo settore viene la nuova creazione della Dreamworks Animation, una storia di amicizia al di là del normale, tra una ragazza orientale e un essere all’apparenza minaccioso, ma buono di cuore; questo è Il piccolo yeti, lungometraggio animato diretto da Jill Culton (regista di Boog & Elliot a caccia di amici) con il supporto di Todd Wilderman (già alla co-regia di Boog & Elliot 2), un’opera pregna di buoni sentimenti e senso della fantasia avventurosa, la quale ambienta le sue gesta in un contesto totalmente orientale, cosa quasi atipica nei cartoon CGI a stelle e strisce.

Fuggito da un laboratorio segreto di Shangai, un enorme essere dal pelo bianco si nasconde tra i palazzi di questa immensa città, con lo scopo di voler tornare nel luogo dove è nato e cresciuto; il nevoso monte Everest.
Sui tetti di una di queste abitazioni fa la conoscenza della giovane Yi, un’adolescente che vive con la propria madre e la nonna, sempre dedita ai più disparati lavori pur di racimolare i soldi per un viaggio che doveva fare col suo defunto padre.

L’incontro tra i due sarà l’inizio di una lunga traversia nei luoghi più lontani dalla civiltà umana, perché Yi, accompagnata dagli amici Peng e Jin, decide di voler riportare quel tenero mostro peloso verso l’Everest, facendolo fuggire dalle grinfie di gente malvagia come il vecchio miliardario Burnish, collezionista di creature uniche nel mondo della natura, al fianco del quale vi è la decisa scienziata Dr.ssa Zara.

Ambientando la propria opera in terre totalmente orientali, cosa molto atipica nel regno dell’animazione yankee, il duo di registi formato da Culton e Wilderman innanzitutto paga il pegno di tale gesto azzardando a qualche piccolo richiamo ad Hayao Miyazaki, con questo mostrone che sembra essere una sorta di versione pelosa di Totoro, sotto certi aspetti, ed inserendo nel contesto qualche accenno ad un messaggio ecologista, morale che già era stata ben trattata in un caposaldo come La principessa Mononoke.

Poi, al di fuori di questi dettagli, Il piccolo yeti è un lungometraggio che va da sé, gettando lo spettatore in un’avventura animata fatta di immaginifica poesia e buoni sentimenti, seguendo una struttura molto semplice e uno sviluppo dei personaggi ancor più facile, seppur azzarda a degli intrecci psicologici a dire il vero anche gratuiti, almeno quelli che riguardano le intenzioni dei cattivi di turno.

Non un titolo che rimarrà impresso per la sua originalità, questo film si giostra nel modo più scolastico per il genere a cui appartiene, lasciando che lo spettatore si affezioni a questa dolce e pelosa creatura, come anche che si lasci trasportare dal viaggio visivo di immagini e colori condensato di minuto in minuto.

E’ sulla scrittura che Il piccolo yeti mostra più di qualche punto debole, senza sforzarsi più di molto sullo svolgimento e sui colpi di scena (cosa in cui la Pixar invece riesce spesso a sbalordire), e azzardando ad un finale fin troppo sbrigativo verso l’epilogo, almeno per quanto riguarda il conclusivo scontro con i villain della storia.

Creato per celebrare la naturale bellezza dei paesaggi terrestri, questo lungometraggio arriva anche a tanto, ma facendo a meno di originalità e senso della sorpresa, appoggiandosi esclusivamente su una complesso molto classico e sempre ben accetto, senza mai andare ben oltre la discreta media di un qualsiasi cartone animato odierno.

Mirko Lomuscio

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