Il nome della rosa: recensione

“Siamo nani sulle spalle di giganti”, così dice Guglielmo da Baskerville, parafrasando Bernardo di Chartres, per spiegare quanto l’opera umana odierna sia nulla in confronto a quelle compiute in passato. Sembra quasi che il francescano inglese faccia da portavoce al regista Giacomo Battiato, per mostrare il suo operato iniquo in confronto a quello del precedente lavoro di Annaud.
Ebbene, modo migliore di esprimere tale delusione non ci sarebbe stato.

Il nome dell rosa è la nuova serie televisiva targata Rai Fiction e Tele München, ideata dal già citato Battiato (La Piovra 8-9, Karol – Un papa rimasto uomo) e rilasciata a marzo 2019.

Grande attesa e speranza vi era per questa serie, che probabilmente il maestro Eco, data l’antipatia che provava per la sua stessa opera, non avrebbe condiviso, ma ciò nondimeno migliaia di lettori ed amanti della pellicola del 1986 speravano in un’altra serie tv italiana degna di nota.

Ultimamente ne abbiamo ottenuto non pochi esempi eccelsi, basti pensare a Suburra, The Young Pope e Rimetti a noi i nostri debiti. Non c’è da sorprendersi della meraviglia scaturita dalla notizia di una serie TV tratta dal romanzo nostrano più venduto di tutti i tempi. Certo, parte degli attori e della produzione sono stranieri, ma per lo meno il comando ce l’avevamo noi. Tuttavia, vedendo il risultato finale, c’è da chiedersi se non fosse stato meglio se avessimo lasciato il lavoro a qualcun altro.

Il frate francescano Guglielmo da Baskerville, accompagnato dal suo pupillo Adso da Melk, giunge in un’abbazia benedettina per presiedere una disputa tra il suo ordine e il papato di Avignone riguardo alla povertà del suo ordine. Tuttavia, appena arrivato, Guglielmo scopre che tra i monaci è in atto una serie di omicidi, i quali sembrano ruotare attorno ad un mosterioso libro. Toccherà a loro due tentare di risolvere l’intricato mistero che aleggia nell’abbazia, possibilmente prima dell’arrivo della delegazione papale e dell’inquisitore Bernardo Gui.

Sembra assai strano quanto una serie tv costituita da 4 puntate, ognuna con durata superiore ai 50 minuti, abbia un ritmo più veloce di un film di poco più di due ore, dall’andamento più lento. Si sarebbe potuto sfruttare questo espediente per rappresentare più scene presenti nel libro, e in parte succede: la guerra in Europa, così come la dicotomia tra la Chiesa romana e di Avignone, ha un peso molto più influente nella serie, mentre nel film del 1986 non era presente.

C’è però da dire una cosa: un libro è un libro, un film è un film. La pellicola di Annaud si era concentrata principalmente sugli omicidi dell’abbazia, perché aveva capito che aggiungervi la questione religiosa e politica avrebbe solamente complicato ulteriormente la situazione. Il pubblico vuole vedere Il nome della rosa, non una versione italiana de I pilastri della Terra.

Come detto prima, la serie tv avrebbe tranquillamente potuto farlo, avendo più tempo a disposizione. Il problema è che, facendo così, hanno aggiunto parti inutili che non sono neanche presenti nel romanzo e tagliato parti che nel romanzo avevano importanza, primo fra tutti il personaggio di Anna, figlia di Dolcino e Margherita. Per comprendere la sua necessità nella serie basti pensare al personaggio di Tauriel nei film de Lo Hobbit. Non si riesce a comprendere la sua utilità, se non aggiungere altro minutaggio ad ogni episodio. Ogni sua azione e scelta è fine a sé stessa, ogni suo momento sullo schermo facilmente tagliabile. Gli autori hanno forse voluto aggiungere più scene action e di combattimento? Neanche Annaud aveva accettato la proposta di Sean Connery di far girare a Guglielmo una scena di duello con le spade, perché qui avrebbero dovuto farlo?

Ciò infastidisce anche perché, facendo così, è mancata l’importanza data anche a cose piccole ma essenziali, come gli occhiali di Guglielmo. La sorpresa dei frati nel vederli mostrava quanto chiusa la mentalità di tali religiosi potesse essere e di quanto invece fosse allargata quella di altri, e il timore nato dal loro furto nella serie è poco o per nulla presente.
Il montaggio è affrettato, così come i dialoghi e le scene, che si susseguono con una rapidità eccessiva, senza lasciare allo spettatore il tempo di immergersi nella storia.  Manca il pathos e l’ansia che il libro e il film riuscivano a far scaturire.

Basti pensare al ritrovamento del cadavere di Venanzio: nel film ci viene mostrata prima la pentola contenente il traboccante sangue di maiale, dentro le cucine. L’ambiente è stretto e claustrofobico, la telecamera è ferma, i frati sono sulla soglia, atterriti da ciò che vedono: chi prega, chi si fa il segno della croce, chi guarda attonito. Il pubblico non capisce il motivo. Poi la telecamera si alza e mostra due gambe appartenenti ad un corpo immerso nel sangue. Sorpresa. Incredulità. Orrore.
Nella serie tv invece ci vengono prima mostrati i frati che accorrono alla pentola, che appare già con le gambe immerse in essa. Non c’è reazione, solo i monaci che si apprestano a tirare fuori il cadavere.
Dunque ci si chiede: perché provare qualcosa per dei personaggi che non riescono a trasmettere nulla?

Parliamo ora dei pregi della serie: gli attori.
John Turturro è un bravissimo interprete, è riuscito ad immedesimarsi nel personaggio con estrema pacatezza e sottigliezza. Manca un po’ l’energia che Sean Connery aveva dato ai suoi tempi, ma si può dire che Turturro sia un suo degno erede. I suoi occhi tranquilli e lungimiranti, la sua espressione che sembra avere sempre l’ombra di un caloroso sorriso, il suo modo di fare affabile lo rendono un degno Guglielmo.

Il personaggio di Bernardo Gui è assai più presente in questa versione, dando così uno spessore maggiore al personaggio. Anche il modo in cui è interpretato è assai diverso: F. Murray Abraham (Tutti gli uomini del Presidente, Scarface, Amadeus) era molto più serio e poco incline all’ira, aneddoti che lo facevano somigliare sempre più ad un Frollo italiano. Rupert Everett (Il matrimonio del mio migliore amico, Stardust, The Happy Prince) invece è assai più irascibile, accusatorio e violento, qualità sottolineate dal doppiaggio di Massimo Lodolo. In poche parole, sono due facce della stessa medaglia dell’Inquisizione, resta solo allo spettatore scegliere quale interpretazione valga di più.

Fabrizio Bentivoglio (La scuola, Il capitale umano, Loro) nel ruolo di Remigio da Varagine è forse la scelta meglio azzeccata della serie, anche meglio di Helmut Qualtinger, che lo interpretò nel 1986. Questo perché, attraverso i suoi occhi e la sua interpretazione, fattori ausiliati da flashback ricorrenti, riesce a mostrare un lato più umano, più sfaccettato del personaggio, oltre al suo fanatismo.

Apprezzata anche la presenza Roberto Herlitzka, probabilmente ancora in cerca dell’anello del conte (chi ha visto Boris capirà).

Tuttavia delle piccole stelle non sono sufficienti a salvare il mare di mediocrità nel quale annegano. Un’occasione sprecata per mostrare come potremmo essere capaci di adattare una delle nostre opere più celebri. Si spera che gli ascolti sempre più calanti abbiano fatto capire quanto ci si debba migliorare per omaggiare il Maestro, nonché spronare a creare trasposizioni migliori.

Andrea De Venuto

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