Good luck, have fun, don’t die: recensione

Visionario e astratto regista che ha spaziato in film di successo di ogni genere, dall’avventura (la saga de I pirati dei Caraibi) all’horror (il remake di The ring) fino al cinema di animazione (Rango), Gore Verbinski, conscio di questo suo estro creativo atto a guardare a diverse chiavi di lettura su fotogramma, torna in sala con una nuova esperienza narrativa, senza tradire certi suoi principi in cui un racconto cinematografico può evolversi di momento in momento, cambiando anche sguardi verso lo spettatore che lo segue (un buon esempio lo è il suo sottovalutato thriller/horror La cura del benessere).


Grazie a Good luck, have fun, don’t die tali principi vengono mostrati per un’ennesima volta, sostenuti da uno script poliedrico steso da Mattehw Robinson (Il primo dei bugiardi, Dora e la città perduta, Love and monsters) e dalla presenza di un notevole cast, guidato dal premio Oscar Sam Rockwell (Tre manifesti a Ebbing, Missouri), cui spetta il ruolo bizzarro di un uomo venuto dal futuro che irrompe, inavvertitamente, in un diner di Los Angeles.

 

Il suo compito è quello di evitare l’apocalisse e arruolare un gruppo di persone scelte che possano aiutarlo in questa sua missione; la misteriosa Susan (Juno Temple), la coppia d’insegnanti Mark (Michael Peňa) e Janet (Zazie Beetz), il tozzo Scott (Asim Chaudhry) e la giovane Ingrid (Hakey Lu Richardson) sono tra quelli che, sotto minaccia, lo aiuteranno in questa folle impresa, scoprendo con loro sorpresa che il mondo futuristico che stanno vivendo è veramente prossimo a eventi a dir poco sconvolgenti, volti ad una imprevedibile catastrofe a livello mondiale.

Opera che dire bizzarra è dire poco, Good luck, have fun, don’t die è un prodotto che si lascia ben vedere per come riesce innanzitutto a gestire ritmi e personaggi sopra le righe, creando un qualcosa che parte come un omaggio al folle mondo di un regista come Terry Gilliam (soprattutto al suo L’esercito delle 12 scimmie) e si trasforma in ben altro, mostrando come Verbisnski sia un autore capace di esibire un proprio estro creativo senza sosta, scena per scena, senza mai risultare fiacco a riguardo; anzi, più avanza nelle sue due ore e passa di durata e più questo film si fa ben accettare, sia nell’intrattenimento che nella denuncia di fondo (neanche così tanto in fondo).

Una denuncia che poco salva dei tempi che stiamo vivendo, sempre connessi e mai emotivamente vissuti nel quotidiano, dove chiunque, sia giovani che vecchi, affrontano qualsiasi argomento solo se esposti tramite un cellulare o il monitor di un PC.

Su questo il regista Verbosnki e lo sceneggiatore Robinson si lanciano senza freni, esponendo un lungometraggio che tramite le tristi storie dei suoi protagonisti (la Susan della Juno, la Ingrid della Richardson e i Mark e Janet di Peňa e Beetz, tutti bravi compreso il sempre ottimo Rockwell) getta fango sulla vuotezza emotiva del popolo odierno, fagocitato da un’esposizione dei propri sentimenti senza che gli stessi vengano veramente compresi, e sulla concezione di quale destino possa spettare al nostro presente, e lo fa con momenti assurdi ma mai abbastanza inverosimili.

E da qui una serie di riferimenti cinematografici e letterari uniformano questo bel Good luck, have fun, don’t die, che spazia dal nerdismo puro fino alla filosofia più profonda, amalgamando citazioni a iosa che vedono sia strizzate d’occhio al cartoon Toy story che ad horror recenti come The void – Il vuoto di Jeremy Gillespie e Steven Kostamski; insomma una fucina di pura narrativa creativa ai suoi massimi livelli, un ottimo metodo per Verbisnki di mettere un triste veto sul vuoto contemporaneo che stiamo “vivendo” in questi attuali tristi giorni.

Mirko Lomuscio