Gli Stati Uniti contro Billie Holiday: recensione

Autore a tutto tondo ormai divenuto un recente profeta del cinema all black, il regista afro Lee Daniels, dopo aver parlato dei ghetti neri con Precious, film vincitore di due Premi Oscar, e aver aperto una finestra verso quella “piccola” gente di colore che ha lasciato un segno nella storia degli Stati Uniti d’America, grazie a The butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca, torna su questi passi e porta in sala una biografia accattivante, nonché testimonianza di un’altra pagina “oscura” appartenente agli U.S.A., votata a svelare un ennesimo retroscena “razzista” appartenente al passato di questo vasto paese.

La storia in questione è quella della cantante Billie Holiday, mitica artista jazz e blues che ha lasciato un segno grazie a quella sua inconfondibile voce, votata al successo tra gli anni ’30 e la fine degli anni ’50.

Ciò che interessa a Daniels è narrare però le vicissitudini della canzone Strange fruit, le cui metaforiche parole descrivono alla perfezione il linciaggio di uno schiavo di colore; è così che, traendo ispirazione dal libro Chasing the scream di Johann Hari e utilizzando per protagonista la cantante Andra Day, qua nella sua prima performance da attrice a tutto tondo, il nostro regista realizza il qui presente Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, un resoconto filmato e romanzato di quanto accadde in quel determinato periodo tra la Lady Day (così era chiamata la Holiday) e le autorità federali degli U.S.A., una vera e propria guerra legale dove del marcio si nascondeva tra queste righe.

Fine anni ’30. La Holiday (Day) è nel pieno del suo successo, ma, nonostante ciò, questa sua immensa gloria nasconde qualcosa di incompiuto, qualcosa di afflitto, e riguarda il fatto che la nostra artista non potrà mai esibirsi cantando la canzone Strange fruit, resoconto musicato di una condanna a morte ai danni di uno schiavo afroamericano.

E’ l’F.B.I. stessa che intende mettere i bastoni tra le ruote alla donna, e pur di arrivare a tanto decide di renderla protagonista di uno scandalo di droga, dato che la Holiday nel privato è un’eroinomane senza freni.

In questa indagine le sarà accanto il giovane Jimmy Fletcher (Trevante Rhodes), il quale ben presto, tra uno scandalo e un colpo di scena, si dimostra la persona più amorevole a cui Billie potrebbe fare affidamento, salvo però fare i conti con l’amara realtà che entrambi stanno vivendo, oppressi da un pensiero autoritario tutto americano che intende nascondere un evidente fantasma del razzismo.

Tra biografico e film di denuncia, Gli Stati Uniti contro Billie Holiday è une pellicola accattivante che non sempre però riesce a mantenere le forti premesse; Daniels, conscio di dover affondare il coltello sul tema antirazzista in superficie, avanza con la sua narrazione secca e priva di fronzoli romanzati mostrando sempre il peggio di ciò che fa parte dei suoi protagonisti e del paese che vivono, tant’è che anche la Holiday stessa viene descritta come un personaggio difficile da comprendere.

Ed è proprio con quest’ultimo dettaglio che poi il film deve fare i conti, perché va bene analizzare tutte le contraddizioni dell’F.B.I. e del suo modo di agire in talune discutibili indagini, ma col proseguire nel sua durata Gli Stati Uniti contro Billie Holiday perde di vista lo scottante tema della situazione afroamericana negli States e sembra incentrarsi esclusivamente sul tema della droga in sé, dimostrando di non avere le idee ben chiare.

Il racconto qua descritto non è proprio così deciso in poche parole, e ciò che maggiormente salva la visione del film di Daniels è la performance di una bravissima Day, insignita giustamente di una nomination agli Oscar e vincitrice del Golden Globe come miglior attrice drammatica; sulle sue intense scene drammatiche e sulle sue esibizioni musicali l’opera in questione trova maggior ragion d’esistere, ricordandosi poi in un secondo momento di dover chiudere in nome del popolo di colore vittima dei soprusi del razzismo.

 

Un po’ troppo poco e anche fin troppo indeciso per l’economia dell’intera operazione e dell’andazzo narrativo del tutto; la Holiday e la sua gente avrebbero forse meritato miglior trattamento a riguardo.

Mirko Lomuscio