Chiamami col tuo nome: recensione

 “È inciso in ogni canzone che spopolava allora, in ogni romanzo che ho letto durante e dopo il suo soggiorno, in ogni cosa, dal profumo del rosmarino nelle giornate calde al frinire concitato delle cicale nel pomeriggio: odori e suoni in mezzo ai quali ero cresciuto e con cui fino ad allora avevo convissuto ogni anno della mia vita ma che poi d’un tratto avevo riscoperto eccitanti, arricchiti da una sfumatura particolare per sempre colorata da ciò che accade quell’estate”.

Leggevo queste parole a pagina 22 del romanzo Chiamami col tuo nome di André Aciman.

E piangevo.

Lo avevo appena cominciato e già piangevo.

Ma sapevo che sarebbe successo.

Avevo visto prima il film diretto da Luca Guadagnino, e questo solitamente per un lettore incallito equivale a sacrilegio.  Equivale a dire, quasi a priori, è meglio il libro.

Ovviamente.

Tuttavia, per una volta, le due forme d’arte non sono andate incontro a un abisso invalicabile, non si sono prese a pugni, anzi.

Hanno convissuto, arricchendosi a vicenda, nella bellezza propria della storia che vede protagonisti Elio e Oliver e le loro anime che si muovono libere, nell’estate del 1983, da qualche parte nel Nord Italia.

Oliver è uno studente americano di 24 anni che si avventura in un’esperienza di vacanza studio nella dimora del suo professore di archeologia. Il professor Perlman, americano, vive a B., un paese nel nord Italia, con sua moglie: una donna francese di origini italiane e il loro figlio diciassettenne, Elio.

Poco importa se nella versione di Aciman la villa si trova nel Ponente ligure mentre in quella di Guadagnino nella campagna lombarda vicino a Crema.

Quello che si ha davanti agli occhi, in una versione o nell’altra, è una grande villa antica, dove ogni arredo ha l’aria vissuta.

Ti porta indietro negli anni, a vivere tempi che non hai vissuto.

Sembra di sentire il fresco refrigerio nell’ombra delle scale che portano al piano di sopra, dove ci sono le stanze. Pare di vivere nel disordine delle carte sparse nello studio del professore, di sentire l’odore del tabacco, sigarette Nazionali, che impregna i tessuti verdi dei divani, dove sono poggiati i libri. Se tendi l’orecchio ti entra dolcemente in testa la melodia del giovane Bach suonata al pianoforte da Elio.

E poi gli odori della grande cucina, dove lavora la fidata domestica Mafalda.

Cucina che si affaccia sul giardino, con il tavolo sempre apparecchiato sotto le foglie degli alberi per colazioni, pranzi e cene.

Il silenzio tutto intorno, quello tipico dell’estate fatto di stoviglie che sbattono sui piatti, di chiacchiere sommesse e del profumo che si muove in fruscii dal frutteto.

E il pomeriggio, dove il sonno e la noia hanno lo stesso sapore e ti fanno chiudere gli occhi al sole con l’idea che presto potrai rinfrescarti con un succo di frutta all’albicocca o un bagno nella piscina dal muretto in pietra.

L’arte scorre in sottofondo ogni momento, dalle lezioni di filologia improvvisate alle cene con gli ospiti. Si parla di musica, si leggono passi tratti dalle pagine dei libri, “Is it better to speak or to die?”. Si osservano i resti delle statue greco-romane trovate negli scavi dal professor Perlman. È la contemplazione del bello, della scultura: un richiamo al corpo che suscita passione.

Così vivono Elio e Oliver, così si osservano da lontano nelle scene del film con pochi dialoghi, dove il non detto è espresso ancora più violentemente dal viso, dagli sguardi carichi, dai sospiri e i movimenti del corpo. Lenti, elettrici.

Si spostano in spazi stretti sfiorandosi senza toccarsi, in una danza di riconoscimento. Camminano all’aperto nella piazza della città più vicina, con l’imponente monumento ai caduti dove Elio tra narrazioni di storia e silenzi sente il bisogno di confidare a Oliver i suoi sentimenti. Poche parole, che arrivano come frecce incandescenti.

Pedalano ai piedi della collina, dove l’unico rumore è quello dei raggi di bicicletta. Arrivano al lago, a dissetarsi e rinfrescarsi dove l’acqua è gelida. È il posto che Elio sente tutto suo, dove si rifugia lontano, dove divora in pace non sa quanti libri. E lo condivide con Oliver.

Tra le pagine di Aciman, tutti i silenzi del film sono carichi di tormento, pensieri contraddittori, di paure e passioni sfrontate, tenerezze e complicità.

È un amore che esplode piano, nascosto e potente. Lascia fuori tutto il resto che finora è stato in primo piano. È un ritorno a casa, come lo definisce l’Elio cartaceo. È fondersi uno nell’altro, scambiarsi: “Call me by your name and I’ll call you by mine”.

Senza più bisogno di sollevare muri di difesa si lasciano andare, vivendo insieme l’esperienza di un viaggio che ancora una volta, poco importa se sia Roma o Bergamo.

Elio tornerà in futuro in quei luoghi, negli angoli di città dove il loro amore ha fermato il tempo vincendo gli sguardi altrui.

Aciman abitua per tutto il libro con gli sbalzi temporali della narrazione, alla forte, devastante nostalgia che nel film arriva solo alla fine, come un pugno tra stomaco e petto. Come un’estate che finisce e si prepara agli inverni che verranno. Dove vuoi trattenere le lacrime che si formano in gola, ma non è più possibile.

Per fortuna, il saggio professor Perlman, padre, ci regala un discorso che diffonde calma e consapevolezza e fa breccia nel freddo che si è insinuato in Elio e in noi.

“Quando meno te l’aspetti, la Natura riesce subdolamente a individuare il nostro punto debole. […]

Avevi una splendida amicizia. Forse più di un’amicizia. E io t’invidio. Al posto mio, la maggior parte dei genitori s’augurerebbe che tutto questo scompaia, pregando che i loro figli si rimettano in piedi. Ma io non sono un genitore del genere. Nella tua condizione, se provi del dolore, coltivalo. E se c’è una fiamma, non spegnerla. Non esser brutale. Asportiamo così tanto di noi stessi per cercare di guarire prima, che quando poi arriviamo a trent’anni siamo già falliti, e ogni volta che ricominciamo con qualcun altro abbiamo sempre meno da offrirgli. […]

Ricorda, i nostri cuori e i nostri corpi ci vengono donati una volta sola. E prima che tu te ne renda conto, il cuore si logora, e quanto al tuo corpo, a un certo punto arriva il momento in cui nessuno lo guarderà, né tanto meno vorrà avvicinarvisi. Adesso c’è il dispiacere. Il dolore. Non ucciderlo, perché assieme ad esso se ne andrebbe pure la gioia che hai vissuto”.

Dal film al libro, dal libro al film, si narra una storia non banale che arriva dritta dentro le viscere, rimestandole e lasciando dentro, nel profondo, sgomento e ricchezza impagabili.

 

Erika Carta

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