Black Panther: recensione

Non nuovi al termine blaxpoitation nelle sale cinematografiche, dato che hanno aperto le danze nel 1998 con un cinecomic all black quale è Blade con Wesley Snipes, a casa Marvel hanno deciso finalmente di dare tutto lo spazio possibile ad un loro iconico superhero afro; ci riferiamo ovviamente a Black Panther, personaggio nato negli anni ’60 dalla creatività di sua maestà Stan Lee e dal tratto di Jack Kirby, che recentemente è stato visto al cinema, interpretato da Chadwick Boseman, in quell’opera kolossal sorta di riunione condominiale tutta marveliana, ovvero Captain America: Civil War.

Un’apparizione la sua che non ha lasciato alcun dubbio sul proprio futuro nella settima arte, confermando la realizzazione di un film che fosse esclusivamente basato sulle sue gesta; per la regia di Ryan Coogler, artista arrabbiato della nuova scuola di cinema all black, già visto all’opera al cospetto di titoli come Prossima fermata Fruitvale Station e Creed – Nato per combattere, vede quindi prendere luce questo Black Panther, nuova promessa tutta da mantenere di casa Marvel, un’operazione che dovrebbe racchiudere nella sua confezione spettacolare un forte contesto sociale, riguardante un ampio discorso razziale che in questi casi potrebbe fare la differenza.

La storia è quella del giovane sovrano T’Challa, principe di Wakanda, regno sito nell’Africa subsahariana, il cui compito è quello di regnare sulla sua pacifica popolazione, evitando conflitti con altri villaggi circostanti.

Questo fino a quando qualcuno non complotta contro di lui, minacciando di toglierli il trono e rischiando addirittura di ucciderlo; ma T’Challa, nelle vesti dell’eroico Black Panther, giura vendetta e tornerà alla carica contro le forze del male, le quali incombono fino ad attaccare addirittura l’equilibrio mondiale.

In casa Marvel ormai tutto è possibile, ed anche dare un degno spazio ad un eroe meno noto come questo Pantera Nera (titolo italiano del noto fumetto) ha reso sì tale cosa; ma tutto sta nel chiedersi se tale operazione era necessaria.

Partendo dall’importanza sociale e razziale che c’è sotto l’entertainment di questo prodotto, si potrebbe dire che i tempi erano sicuramente maturi, anche perché negli States l’egemonia Trump è nel pieno del suo svolgimento ed ovviamente, anche qua, non mancano occhiatacce alle barriere innalzate dall’attuale Presidente; ma quello che perde totalmente smalto è la trama fumettistica del caso, che getta lotte tra bene e male nel modo più banale possibile, senza alcuna enfasi nella caratterizzazione dei suoi personaggi.

In questo pasticciaccio da milioni di dollari, che non sa prendere per la gola ne visivamente ne narrativamente, troviamo un intrecciarsi continuo di tradizioni tribali con sentimenti famigliari, mischiati bellamente al senso di amore per il prossimo della società; poi tanti effetti speciali e lotte all’arma bianca, in un misto di elementi che vanno dalla fantascienza simil Star Wars ai diritti civili elencati a suon di combattimenti.

In mezzo a tutto ciò una messe di volti famosi presi ad alternarsi in questo Black Panther, dal protagonista Boseman, reo di dar vita ad un personaggio totalmente privo di smalto, alle varie guest che comprendono un paio di premi Oscar afro come Lupita Nyong’o e Forest Whitaker, più Michael B. Jordan (un sodale del regista Coogler), Martin Freeman (è l’agente Everett K. Ross già visto in Captain America: Civil War), Andy Serkis (è il criminale Ulysses Klaue adocchiato in Avengers: Age of Ultron), Daniel Kaluuya (protagonista del film sorpresa Scappa – Get Out) e Angela Bassett (è la regina Ramonda, madre di T’Challa); e nonostante il loro coinvolgimento, Black Panther in fin dei conti risulta essere l’amara conferma che in casa Marvel non tutto è esportabile per il grande schermo.

Mirko Lomuscio

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