Annabelle 3: recensione

Non c’è due senza tre, ed anche per la bambola demoniaca Annabelle vale lo stesso discorso, dopo aver preso vita, come personaggio secondario, tramite The conjuring – L’evocazione di James Wan ed aver presenziato a due film che ne raccontassero le gesta da solista; se nel primo film spin off del 2014, diretto da John R. Leonetti, la vedevamo all’opera verso la strada che l’avrebbe portata al cospetto dei sensitivi Warren (Ed e Lorraine, interpretati rispettivamente da Patrick Wilson e Vera Farmiga), e nel secondo del 2017, diretto da David F. Sandberg, assistevamo alla sua genesi, ecco che ora approda in sala un terzo titolo, che ne concepisca almeno la pericolosità che si cela dietro questo pupazzo del diavolo, continuando da dove eravamo rimasti col primo succitato capitolo.

Diretto dall’esordiente Gary Dauberman, sceneggiatore di tutta la serie (nonché del recente successo horror quale è il remake di It), Annabelle 3 parte la propria storia dal momento in cui Ed (Wilson) e Lorraine (Farmiga) entrano in possesso dell’oggetto demoniaco, tenendolo custodito in una teca di vetro, assieme agli altri gingilli malefici rinvenuti nel corso del loro lavoro; quando si tratterà di assentarsi per qualche giorno, i due lasceranno la loro piccola figlia Judy (McKenna Grace) con la baby sitter Mary Ellen (Madison Iseman), accertandosi che nulla di brutto possa accedere.

Ma le cose andranno per il verso sbagliato, perché Annabelle ha una forza persuasiva da cui nessuno potrà sfuggire e tutto il male che contiene verrà presto a far visita a chi le è vicino.

Premesso che oltre alla valida serie ufficiale di The conjuring – L’evocazione nulla di buono è mai uscito dagli spin off di questo titolo (date un’occhiata anche ai mediocri The nun – La vocazione del male ed al recente La Llorona – Le lacrime del male tanto per capirci), la saga nata con Annabelle non è stata mai da meno a tale principio, avendoci regalato finora un paio di insulsi titoli, senza logica e pregni di un posticcio senso del gotico.

Anche con questo terzo capitolo non andiamo oltre il decente, dato che si assiste ad una trama ridicola e risibile sin dall’insensato plot (i Warren se ne vanno lasciando la figlia a casa da sola con i loro oggetti malefici), tanto da sembrare, assurdamente, una rilettura horror di Mamma ho perso l’aereo e pensieri simil John Hughes, per poi arrancare l’intero svolgimento con i soliti spaventi ed apparizioni improvvise, che nulla portano a tutta l’operazione e scemando totalmente ogni riferimento horror alla base del mentore assoluto di tutto quanto, ovvero il regista, qua produttore e soggettista, James Wan.

Con Annabelle 3 si assiste ad un film che non ha nulla da dire, gira a vuoto e si appoggia su una narrazione che in fin dei conti sembra voler prendere in giro lo spettatore, promettendo chissà cosa in fatto di orrori e spaventi e concludendo il tutto nel vuoto più assoluto, senza un minimo accenno di pericolo e senso di morte (quest’ultimo totalmente assente, e per un film del genere è cosa veramente sbagliata).

Siamo di fronte ad un prodotto horror all’acqua di rose qua, stile Piccoli brividi di R.L. Stine, come se il regista Dauberman avesse stabilito di non turbare troppo lo spettatore con parecchi spaventi, e dato che di lungometraggio dell’orrore stiamo parlando l’operazione allora fallisce in toto, facendo risultare Annabelle 3 come il peggior capitolo di questa gratuita trilogia spin off, che nulla porta alla tradizione del cinema della paura e che, anzi, grazie al successo commerciale che sta ottenendo nel mondo, rischia addirittura di rendersi deleterio per eventuali film horror a venire.

Speriamo che non ne esca fuori un quarto film e, se mai sarà così, che sia intenzionato, almeno stavolta, ad arrivare fino in fondo.

Mirko Lomuscio

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