It ends: recensione

Innestandosi in una nuova ondata di un certo tipo di cinema ritenuto orrorifico, comprendente titoli come i successi horroro Obsession e Backrooms, arriva nelle sale questo It ends, un’opera prima diretta dal giovane Alexander Ullom e che, tramite una trama dall’andamento semplice, promette di regalare del brivido costruito e ben inserito nel contesto sociale odierno.


La storia è quella di quattro amici neodiplomati, James (Phinehas Yoon), Day (Akira Jackson), Fisher (Noah Toth) e Tyler (Mitchell Cole), in viaggio in macchina alla ricerca di un posto dove poter festeggiare la loro promozione.

A bordo di un’auto i nostri ragazzi avanzano tutta la notte lungo una strada deserta, senza mai giungere da nessuna parte, col dubbio che qualcosa di strano sta accadendo attorno a loro.

Ed infatti, nella zona circostante, non c’è l’ombra di una zona abitata, solo distese di verde e foreste per tutto il tragitto, lasciando sì che i quattro giovani possano affrontare personalmente una sorta di strana maledizione, dove tra le varie minacce c’è quella di essere presi di mira da un’orda di persone rabbiose che li attendono ai bordi della strada.

Tutto ciò per James, Day, Fisher e Tyler può soltanto voler dire cercare la sopravvivenza e scoprire come ottenerla sarà l’unico dei loro obiettivi.

Oramai nell’horror moderno, se così si può chiamare questo genere, basarsi su piccoli prodotti incentrati su pochi personaggi e spazi a loro modo limitati è una prassi di non poco conto, sfruttando nel miglior dei modi quel budget irrisorio a disposizione e con il probabile risultato di ottenere dei buoni profitti, sia artistici che economici se proprio deve dire bene.

Il film del giovane Ullom vorrebbe essere uno di questi titoli, tentando di uniformare una trama intelligente e allegorica, riguardante il mondo dei giovani d’oggi, grazie ad una premessa facile sia come concezione che come resa narrativa.

Ma è proprio questa eccessiva semplicità che alla fine rende It ends una pellicola non proprio riuscita, mostrando tutto il possibile della propria storia già a quindici minuti dall’inizio del film e proseguendo però per un’altra ora e un quarto senza alcuna forza emotiva del caso, un po’ perché ormai tutte le sue cartucce sono state già sfruttate, un po’ perché dei personaggi stessi ad un certo punto non è che ce ne importi tanto.

E di quest’ultimo punto di vista bisogna dire che è un peccato, perché l’evidente intenzione di Ullom, anche sceneggiatore e montatore della pellicola, è quella di voler costruire un’opera di tensione, un thriller emotivo più che un horror a tutto tondo, che parla del mondo dei giovani e del pericolo di una mancanza conoscenza o comunicatività nei loro confronti, risultando purtroppo alla lunga ancorata su stessa e dalle idee buone giusto per un cortometraggio.

Infatti gli ottantanove minuti di It ends si rendono altamente estenuanti sotto questo aspetto, girando a vuoto per la gran parte del tempo e dando l’impressione di trovarci di fronte ad un prodotto di tensione che a conti fatti risulti essere una sbiadita e tardiva pellicola young adult, genere ha finito di essere di moda, quindi ormai datato, già dalla prima metà di questo decennio.

Mirko Lomuscio

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