Nuova creazione targata Dreamworks Animation, L’isola dei ricordi è un’opera che porta la firma del duo Joel Crawford e Januel P. Mercado, già autori del sequel di successo Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio e stavolta alle prese con un’avventura nella fantasia, con al centro l’amicizia di due ragazze abitanti di una sorta di zona remota dell’Indonesia, protagoniste di un viaggio al di la della fantasia che le porta nel mezzo di un luogo ricco di immaginifiche creature e situazioni alquanto bizzarre.

Loro sono la scatenata Jo e la studiosa Raissa, le quali si conoscono sin da piccole fra i banchi della loro scuola.
Perennemente assieme, fantasticando miriadi di avventure al cospetto dell’immaginario mondo di Nakali, le due diventano poi adolescenti, con le conseguenti situazioni del caso che le vogliono ben presto dividere.
Ma prima che questo avvenga Nakali stessa le chiama, trasportandole di punto in bianco tra le sue terre fantasiose, inseguendo una specifica missione e scoprendo cosa è avvenuto si a Jo che a Raissa nelle ultime dodici ore in cui sono state in questo mondo.

Apportando uno stile di animazione orientale che oramai sta prendendo piede, visto il successo del titolo premio Oscar targato Netflix K-Pop Demon Hunters, questo L’isola dei ricordi si accoda quindi a questa tendenza artistica atta a miscelare gag slapstick con approfondimenti emotivi, memore di una lezione narrativa cara al cinema anime orientale di una volta, dove la gag a profusione prende il sopravvento su ogni materia d’interesse esposta dall’opera in sé.
Un dettaglio che ha i suoi pro e i suoi contro, dovuti alla gestione di ritmi che al fulmicotone espongono svariate parentesi ironiche accompagnate da una scelta di canzoni iconiche pop che, con una certa frenesia, vengono sbattute ripetutamente in faccia allo spettatore; si va da Don’t stop believin’ in dei Journey a Nothing gonna stop us now degli Starship, da Party Up – Up in here di DMX a Don’t you – Forget about me dei Simple minds, una serie di main songs che dovrebbero contestualizzare l’idea pop che c’è alla base di questa operazione animata ma che in parte sminuiscono un po’ il complesso dell’opera.

A cominciare dal fatto che come scelta estetica non è proprio originale, calcolando che il regno degli anime televisivi dalla fine degli anni ’70 in poi ha sempre giocato con questa narrativa demenziale, L’isola dei ricordi è un lungometraggio che comunque ha qualcosa da offrire, non si dice che manchi di anima ma che, alla lunga, uno spettacolo del genere si adatta unicamente ad un solo pubblico preadolescenziale, senza colpire gli animi di spettatori più in erba ed altri più maturi, che magari vivono di nostalgia.
E la nostalgia è l’elemento primario del film di Crawford e Mercado, accompagnato da un’altra materia importante per questo tipo di titoli quale è l’amicizia, un paio di punti di vista che avrebbero potuto salvare L’isola dei ricordi dall’essere ritenuto solamente martellante ed invece si fanno fagocitare da un’estetica ultra pop isterica e, a momenti, inconcepibile anche.

Non che tutto ciò sia tragico, ma pensare che il futuro mondo dell’animazione proseguirà sotto quest’ottica non lascia ben sperare.
Mirko Lomuscio