Resident evil: recensione

Ricapitolando: in principio c’è stato un videogioco di grande successo datato 1996 e intitolato Resident evil, uno sparatutto prodotto dalla Capcom apripista di un nuovo pensiero d’intrattenimento, mischiando horror e action, con personaggi armati fino ai denti alle prese con un’orda di zombi famelici; tale successo ha concesso alla fine degli anni ’90 l’idea di voler realizzare una trasposizione cinematografica, inizialmente affidata al grande George A. Romero de La notte dei morti viventi, nume ispiratore del gioco in sé.

Il tutto poi passa nelle mani del Paul W.S. Anderson di Mortal kombat, il quale a partire dal 2002 dà inizio ad una saga di successo, incentrando il tutto esclusivamente sulle gesta di una letale Milla Jovovic; sei capitoli dopo, nel 2016, tale serie chiude i battenti ed ecco che nel 2021 si tenta di realizzare un reboot con Resident evil: welcome to Raccoon City per mano del Johannes Roberts di 47 metri, solo che purtroppo l’operazione, per quanto fedele all’estetica del gioco originale, non ha le qualità per rendere onore al tutto.

Ora, 2026, è l’acclamato Zach Cregger, regista di horror come Barbarian e Weapons, e prendere le redini di questo rilancio, con un film che possa aprire le porte ad una nuova saga cinematografica, tra accenni al regno video ludico e la costruzione di un contesto pregno di atmosfere lugubri.

Il qui presente Resident evil narra quindi le gesta del giovane Bryan Hodukavich (Austin Abrams), un corriere che deve trasportare un pacco importante per conto di un ospedale.

Deve andare a Raccoon City e portare un carico ad un altro istituto sanitario, solo che durante il tragitto va incontro ad un incidente inaspettato; dopo aver investito una donna Bryan si rende conto che c’è qualcosa che non va in quel luogo, scoprendo con i propri occhi che creature assetate di sangue e mostri vari stanno invadendo le strade del posto.

Ed in tutto ciò Bryan dovrà portare ad ogni costo la propria consegna a destinazione, alla Umbrella Corporation.

Voltando le spalle ad ogni dettaglio narrativo, personaggio o poetica presente nei videogame originali come anche nei film creati dalla mente di Anderson, il buon Cregger decide di riavviare il Resident evil cinematografico con una pellicola che traspirasse senso del divertimento e dell’intrattenimento, nel mezzo di un contesto altamente horror che comunque rende giustizia al materiale d’origine.

Ci troviamo di fronte ad una pellicola altamente godibile, ricca di ingegno e di senso della narrazione come anche di sano umorismo (d’altronde Cregger stesso viene dalla commedia innanzitutto), che, con uno straccio di trama, riesce a costruire una visione degna di nota, senza perdere ritmo e creatività di momento in momento.

C’è tanto senso del divertimento targato anni ’90 in questo Resident evil, sfondando anche la quarta parete dello sguardo video ludico prendendo per protagonista un nerd interpretato dal calibrato Abrams, un giovane non amante delle armi che ha imparato a sparare, in modo mediocre, ai videogiochi, messo nel mezzo di questo contesto che farebbe la gioia di ogni amante dell’intrattenimento “sparatutto”.

Ma al di fuori della struttura degnamente trainante, Cregger mostra sempre determinanti approfondimenti nel mezzo della semplice storia, aprendo una parentesi più sentita ed emotiva come quella della storia d’amore tra Bryan e la sua compagna, con cui è perennemente al telefono, dove si parla di responsabilità genitoriali come anche, presumibilmente, di aborto.

Ed è qui che Resident evil 2026 mostra il suo lato più profondo, senza rinunciare all’amore per la spettacolarità e il ritmo senza sosta, quasi come fosse una godibile partita vera e propria al game originale ma su grande schermo.

A conti fatti, senza mezzi termini, questa è la miglior pellicola ispirata al noto franchise prodotto dalla Capcom.

Mirko Lomuscio

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