Sotto la nuova produzione DC Universe guidata da James Gunn e Peter Safran, dopo averci dato prodotti di media fattura come Superman di Gunn stesso e Supergirl di Craig Gillespie, prende ora vita un film incentrato su uno degli antieroi nati nella nota casa dei fumetti già dal 1940, un personaggio dalle multiple versioni cartacee che qua viene ripreso, perlopiù, in quella nata nel 1961 da Bill Finger e Sheldon Moldoff; lui è Clayface, uno dei villain per eccellenza del mondo di Batman ora protagonista di una pellicola tutta sua, una sorta di mostro mutaforme fatto come di argilla, che persegue una propria etica vendicativa contro chi si mette sulla sua strada.

Per la regia di James Watkins, regista inglese che si fece notare a suo tempo per il bel thriller Eden Lake e poi autore di opere come The woman in black e Speak no evil – Non parlare con gli sconosciuti, il film in questione è la storia della star hollywoodiana Matt Hagen (Tom Rhys Harries), un giovane attore in ascesa che vive di successo e gloria, tanto da essere stato anche appena nominato ad un premio Oscar.
Ma nonostante l’attimo vincente, il ragazzo ben presto viene coinvolto in una violenta vendetta, a causa di una donna fatale, tale Mia (Joana Ribeiro), e sfigurato in volto Matt ben presto cadrà nel baratro dell’anonimato più totale.

Ormai sconvolto e in bancarotta, per Hagen l’unica soluzione di poter tentare una ricostruzione totale del proprio volto è sottoporsi a degli interventi particolari della dottoressa Caitlyn Corr (Naomi Ackie), il cui studio su delle cellule auto rigenerative potrebbe ridare al nostro attore il viso di una volta.
Solo che, malgrado gli esiti positivi iniziali, tale esperimento porterà in Matt un cambiamento genetico totale, consentendogli di poter mutare il proprio corpo come vuole, un effetto collaterale che porterà nella sua fragile mente anche una viscerale voglia di vendetta, una vendetta da perpetrare contro quelle persone che gli hanno fatto solo del male.

Progetto nato innanzitutto dalla mente di un nome come Mike Flanagan, regista caro a Stephen King che ha realizzato film come Il gioco di Gerald e Doctor Sleep, il quale qua si occupa di produzione, soggetto e sceneggiatura (quest’ultima realizzata in tandem con Hossein Hamini), Clayface di Watkins è una pellicola cinecomic che, nel marasma di opere dedite al genere presenti in questi ultimi anni, riesce a fare una sua degna figura, grazie a quella sua natura molto da B-movie insita nella sua semplicissima trama e quello sguardo vecchio stile che fa sempre bene in pellicole d’intrattenimento così gestite (sottili citazioni cinefile a La cosa di John Carpenter come anche a Horror in Bowery Street di Jim Muro).
La storia dell’attore in cerca di vendetta Hagen, interpretato da un misurato ed ambiguo Harries, è una piacevole parabola sull’importanza di essere e non apparire, che però sfocia nell’assurdo più dark possibile, tra momenti a loro modo raccapriccianti ed anche una non disdegnata voglia di cinema splatter, portando quella giusta serietà e nota oscura nel regno DC che in questi ultimi anni si era andata un po’ a perdere, soprattutto a causa dell’eccessiva ironia gunniana del caso.

In Clayface di Watkins è poi piacevole notare come questa storia di vendetta, che strutturalmente riprende pienamente il capolavoro Darkman di Sam Raimi, risulti essere anche un film a se stante parecchio funzionale, riservando ai suoi spettatori anche parentesi insostenibili e impressionanti (la scena nel bagno dell’aereo), con l’obiettivo futuro magari di collegarsi in franchise più ricchi della DC Universe (tipo i Batman con Robert Pattinson), anche se l’opera stessa di Watkins non sembra per ora contemplare tale decisione.
Per ora godiamoci Clayface nella sua più totale riuscita, senza stare troppo a preoccuparsi del suo esito nel regno futuro della DC Universe.
Mirko Lomuscio