Tron: Ares – Recensione

Continua per la Disney la tradizione di portare avanti il discorso e la visione di un prodotto di culto quale è il noto film Tron, lungometraggio del 1982 firmato da Steven Lisberger e con Jeff Bridegs che parlava di mondi al di là del microchip e del semplice videogame, portando gli spettatori al cospetto di un nuovo modo di concepire gli effetti visivi e la filosofia dell’allora sconosciuta informatica da computer.


Si è proseguiti poi con un tardivo sequel del 2010, Tron: legacy, per la regia di Joseph Kosinski e intenzionato ad immergere il visuale universo del capostipite in un’ottica da CGI moderna, corredato di musiche ad opera dei Daft Punk.

Oggi, 2025, si ritenta tale discorso con questo Tron: Ares, un terzo capitolo evidentemente spinto dall’aurea di culto che rotea attorno a questa saga futuristica e alla sua filosofia multitecnologica che si porta sulle spalle; con i nomi di Lisberger e Kosinski nella sola macchina produttiva e per la regia del Joachim Rønning di Maleficent 2 – Signora del male e Pirati dei Caraibi: la vendetta di Salazar, tale nuovo capitolo ha per protagonista la star premio Oscar Jared Leto, qua anche produttore, il quale ricopre i panni del programma AI chiamato Ares, un elemento informatico creato per scopi bellici dal magnate ereditiere Julian Dillinger (Evan Peters) e capace di manifestarsi dal mondo cibernetico a quello umano nella sola durata di ventinove minuti.

 

Per poter sorvolare e rimediare a questo limite, Dillinger decide di voler catturare la nota studiosa miliardaria Eve Kim (Greta Lee) e la ricerca che la stessa ha fatto riuscendo a rompere la barriera dei ventinove minuti tramite i suoi esperimenti.

Votato alla distruzione, ben presto Ares stesso dovrà decidere da che parte stare e in una lunga corsa contro il tempo affronterà anche ciò che rappresenta la sua creazione, per la tecnologia e per gli esseri umani, il tutto andando anche incontro al mitologico universo appartenente a Tron e al suo creatore, l’ormai scomparso programmatore Kevin Flynn (Bridges).

 

Lasciandosi alle spalle tutta la dietrologia informatica e filosofica che ne scaturivano i capitoli precedenti, i quali creavano uno spettacolo d’intrattenimento votato più allo studio del microchip, questo Tron: Ares è un film che in tutta sincerità prende formalmente le distanze dai suoi film precedenti, gettando lo spettatore nel mezzo di un’opera d’intrattenimento spicciola nella storia e pomposa nello svolgimento.

Pomposa nel ritmo e nell’utilizzo delle musiche synthesizer, a cura dei Nine Inch Nails di Atticus Ross e Trent Reznor (anche produttori esecutivi del lungometraggio), Tron: Ares è una corsa continua che lascia poco spazio all’approfondimento di dove l’uomo del futuro stia andando a finire, ma anzi sviluppa la sua semplice trama con la voglia di guardare al passato, con risvolti anni ’80 facili da fruire e una classica lotta bene contro male portata al concetto del messaggio antibellico.

Certo, molto si perde del fascino originale scaturito con il primo Tron, pellicola che la si ricorda più motivi d’affetto che di riuscita vera e propria in sé, fatto sta che il film di Rønning nella sua semplicità intrattiene e non azzarda ulteriori confronti, rimane nella media decente e sfrutta come può la presenza dei suoi variegati interpreti, che vanno da un Leto statico e mai abbastanza incisivo per il suo ruolo, fino alla presenza formale della Kim, di Jodie Turner-Smith (nel panni della pericolosa AI Athena) e di un appena abbozzato Peters, con l’aggiunta di un paio di guest come Gillain Anderson e Bridegs stesso, il quale ritorna per un breve cameo, vestito come Marlon Brando in Superman – Il film, giusto per ricordarci che questo roboante prodotto fa parte dell’universo di Tron.

Mirko Lomuscio