Ancora fonte d’ispirazione per le innumerevoli pellicole cinematografiche, lo scrittore Stephen King è sempre stato un nome legato soprattutto alle eccellenze del mondo dell’horror, grazie a quelle sua storie narrate tra brivido e senso della narrativa graffiante, attirando le attenzioni di autori come Stanley Kubrick (Shining), Brian De Palma (Carrie – Lo sguardo di Satana), John Carpenter (Christine – La macchina infernale) e George A. Romero (La metà oscura).

Ma oltre ad averci rabbrividito con i suoi racconti, King ha anche avuto una carriera più intimista e meno orientata al senso dell’orrore puro, narrando storie drammatiche ricche di sfaccettature esistenziali ed emblematiche, si pensi agli scritti che hanno ispirato Stand by me – Ricordo di un’estate, Le ali della libertà e Il miglio verde ad esempio.
Ora, scavando nel passato di questo celebre scrittore, la cinematografia statunitense decide di trasporre uno dei suoi primi libri, ovvero quel La lunga marcia che, a conti fatti, risulta essere il primo romanzo in assoluto realizzato dal noto autore originario del Maine ma pubblicato poi in un secondo momento, prima nel 1979 e poi nel 1985, anno quest’ultimo in cui giunge anche in Italia.

Per la regia del Francis Lawrence di Io sono leggenda questo The long walk racconta di un mondo distopico, dove la dittatura militare regna negli Stati Uniti e la gente è costretta a vivere sotto determinate, rigide, leggi.
Una tra queste è una competizione annuale che prevede la partecipazione di almeno un gran gruppo di giovani, riuniti e messi in riga per svolgere quella che viene denominata “la lunga marcia”.
La stessa consiste nel camminare per miglia e miglia, per le strade del paese, senza mai cedere il passo o fermarsi, altrimenti la pena sarà la morte; chi sopravvive avrà diritto a qualsiasi privilegio egli voglia.

Tra i pretendenti di questa massacrante prova di forza troviamo il giovane Raymond Garraty (Cooper Hoffman), deciso a tutto pur di vincere, anche perché ha dei conti in sospeso da dover chiudere con il suo travagliato passato, come anche il risoluto Peter McVries (David Jonsson).
Con una disarmante attualità che viene ritrovata tra le righe dello scritto originale di King, il The long walk di Lawrence è un film che riesce a riportare alla perfezione sensazioni e contesti di un’America prossima al conflitto bellico, dato che il libro originario fu realizzato ai tempi della guerra nel Vietnam; riprendendo quelle sensazioni la pellicola riesce ad essere ugualmente ben ancorata al presente che viviamo, facendoci rivivere l’orrore di una decisione fredda e senza senso come quella di mandare dei giovani cittadini alla battaglia.
Grazie ad una narrativa che cresce sempre più tramite le performance dei suoi protagonisti, The long walk è un film corale che lascia bene il segno per ciò che mostra e che narra alla perfezione, tramite un fitto dialogo tra personaggi, coadiuvato dalla buona sceneggiatura dal JT Mollner di Strange Darling, e ad un ritmo cadenzato che non cede mai il passo, proprio come la massacrante marcia dei ragazzi protagonisti.

Non nuovo alla descrizione di mondi distopici, data la sua esperienza nella saga di Hunger games, il regista Lawrence mette qui a segno quella che risulta essere la sua pellicola migliore, inscenando alla perfezione su fotogrammi tutto il pessimismo del libro originario di King, e lo fa con l’aiuto di un valido cast composto da Hoffman (figlio dello scomparso Philip Seymour) e Jonsson (visto in Alien: Romulus), più altre facce giovani come quelle di Charlie Plummer (Tutti i soldi del mondo), Ben Wang (Karate kid: legends) e Roman Griffin Davis (JoJo Rabbit), cui si aggiungono le partecipazioni dei più maturi Judy Greer e Josh Hamilton, nei panni dei genitori di Raymond, e di un irriconoscibile Mark Hamill, Luke Skywalker di Guerre stellari, cui spetta il ruolo del glaciale maggiore/esecutore alla guida della “lunga marcia”.
Mirko Lomuscio