Dopo aver dato vita ad un paio di titoli ispirati alla letteratura di Stephen King, film come Il gioco di Gerald e Doctor Sleep, il regista specializzato in opere horror Mike Flanagan (Oculus – Il riflesso del male, Ouija: l’origine del male) rimette mano ad un’opera del noto scrittore con lo scopo di consolidare questa loro collaborazione che, tra alti e bassi, i suoi frutti li ha dati.

Stavolta, ad essere presa in considerazione, è la trasposizione del racconto The life of Chuck, presente nella raccolta Se scorre il sangue, ed è una storia di King che ben si allontana dal solito genere orrorifico da lui affrontato, per essere invece un qualcosa che si avventura in discorsi esistenziali molto più profondi, come il senso della vita stessa.

La storia si snoda in tre distinti atti, i quali sono incentrati sulla figura di tale Charles “Chuck” Krantz (Tom Hiddleston), un contabile di trentanove anni la cui esistenza ha affrontato delle specifiche circostanze, dalla giovanissima età (interpretato da Cody Flanagan e Benjamin Pajak) per poi giungere all’adolescenza (interpretato da Jacob Tremblay) fino all’età adulta, guardando alla propria vita con quella determinata spensieratezza e voglia di conoscere che ognuno dovrebbe affrontare, soprattutto i personaggi che si snodano attorno alla sua presenza.
Attraverso una narrazione che si fa molto ambiziosa a livello strutturale, The life of Chuck è un’opera che nel suo complesso non riesce ad approfondire ciò che si preme di raccontare, usando uno stile che alla gran lunga sa molto di manierato ma mai abbastanza sviluppato, lasciando parecchi punti di vista registici un po’ fini a se stessi.

Si aprono le danze con una visione apocalittica del mondo, surreale per concezione ma molto tattile e veritiera per come è descritta, per poi volgere il proprio sguardo sul protagonista Chuck reso da Hiddleston e dagli altri giovani attori, tra cui il Tremblay di Room e Wonder, scavando con la macchina filmica su tutto il dicibile del “senso della vita” , a volte girando a vuoto, altre magari colpendo nel segno, ma senza che nel complesso questo The life of Chuck si riveli essere un’opera totale ma, purtroppo, parziale, assente di quella scintilla che lo avrebbe potuto trasformare in un lungometraggio molto più profondo e compiuto.
Il regista Falangan sembra voler guardare a determinati punti di riferimento qua, come l’assurdo contesto mostrato da Ari Aster in Beau ha paura e la visione estetica del Peter Weir di The Truman Show, ma senza però uniformare degnamente la materia a propria disposizione, in questo caso lo scritto di King, e senza portare quindi a compimento il discorso vita/morte ad una degna chiusura.
Tutto rimane un po’ vago in questo The life of Chuck, risultando confusionario e indeciso, affastellando gratuitamente personaggi emblematici nel mezzo, interpretati da attori del calibro di Chiwetel Ejiofor, Karen Gillan, Carl Lumbly, Mia Sara, Matthew Lillard, Heather Langenkamp e Mark Hamill, ma senza che ognuno di questi risulti veramente efficace e funzionale al racconto in questione.

A conti fatti è un film che punta ad una profondità narrativa molto ambiziosa, rimanendo però superficiale nello svolgimento e manierista in modo estremo, senza che a visione conclusa possa lasciare chissà quale risposta alle miriadi di quesiti che la vita ci pone davanti, ma anzi ne aggiunge ulteriormente uno; perché questo The life of Chuck?
Mirko Lomuscio